| > ==================================================== > fonte: Corriere della Sera > 31 Ottobre 2001 > ==================================================== > > Il soldato di ventura e il medico afghano > di TIZIANO TERZANI > > PESHAWAR - Sono venuto in questa citta' di frontiera per essere piu' > vicino alla guerra, per cercare di vederla coi miei occhi, di farmene > una ragione; ma, come fossi saltato nella minestra per sapere se e' > salata o meno, ora ho l'impressione di affogarci dentro. Mi sento > andare a fondo nel mare di follia umana che, con questa guerra, > sembra non avere piu' limiti. > Passano i giorni, ma non mi scrollo di dosso l'angoscia: l'angoscia > di prevedere quel che succedera' e di non poterlo evitare, l'angoscia > di essere un rappresentante della piu' moderna, piu' ricca, piu' > sofisticata civilta' del mondo ora impegnata a bombardare il Paese > piu' primitivo e piu' povero della Terra; l'angoscia di appartenere > alla razza piu' grassa e piu' sazia ora impegnata ad aggiungere nuovo > dolore e miseria al gia' stracarico fardello di disperazione della > gente piu' magra e piu' affamata del pianeta. C'e' qualcosa di > immorale, di sacrilego, ma anche di stupido - mi pare - in tutto > questo. A tre settimane dall'inizio dei bombardamenti anglo-americani > dell'Afghanistan la situazione mondiale e' molto piu' tesa ed > esplosiva di quanto lo fosse prima. I rapporti fra israeliani e > palestinesi sono in fiamme, quelli fra Pakistan e India sono sul > punto di rottura; l'intero mondo islamico e' in agitazione e ogni > regime moderato di quel mondo, dall'Egitto all'Uzbekistan, al > Pakistan stesso, subisce la montante pressione dei gruppi > fondamentalisti. > Nonostante tutti i missili, le bombe e le operazioni segretissime dei > commandos, mostrateci in piccoli spezzoni del Pentagono, come per > farci credere che la guerra e' solo un videogame, i talebani sono > ancora saldamente al potere, la simpatia nei loro confronti cresce > all'interno dell'Afghanistan, mentre diminuisce invece in ogni angolo > del mondo il senso della nostra sicurezza. > "Sei musulmano?", mi chiede un giovane quando mi fermo al bazar a > mangiare una focaccia di pane azzimo. > "No". > "Allora che ci fai qui? Presto vi ammazzeremo tutti". > Attorno tutti ridono. Sorrido anch'io. > Lo chiamano Kissa Qani, il "bazar dei raccontastorie". Ancora una > ventina d'anni fa, era uno degli ultimi, romantici crocevia dell'Asia > pieno delle piu' varie mercanzie e varie genti. Ora e' una sorta di > camera a gas con l'aria irrespirabile per le esalazioni e le folle > sempre piu' in mal arnese a causa dei tantissimi rifugiati e > mendicanti. Fra le vecchie storie che ci si raccontavano c'era quella > di Avitabile, un napoletano soldato di ventura arrivato qui a meta' > dell'Ottocento con un amico di Modena e diventato governatore di > questa citta'. Per tenerla in pugno, ogni mattina all'ora di > colazione faceva impiccare un paio di ladri dal minareto piu' alto > della moschea e per decenni ai bambini di Peshawar e' stato detto: > "Se non sei buono, ti do ad Avitabile". Oggi le storie che si > raccontano al bazar sono tutte sulla guerra americana. > Alcune, come quella secondo cui l'attacco a New York e Washington e' > stato opera dei servizi segreti di Tel Aviv - per questo nessun > israeliano sarebbe andato a lavorare nelle Torri Gemelle l'11 > settembre -, e quella secondo cui l'antrace per posta e' una > operazione della Cia per preparare psicologicamente gli americani a > bombardare Saddam Hussein, sono gia' vecchie, ma continuano a > circolare e soprattutto a essere credute. L'ultima e' che gli > americani si sarebbero resi conto che con le bombe non riescono a > piegare l'Afghanistan e hanno ora deciso di lanciare sacchi pieni di > dollari sulla gente. "Ogni missile costa due milioni di dollari. Ne > hanno gia' tirati piu' di cento. Pensa: se avessero dato a noi tutti > quei soldi, i talebani non sarebbero piu' al potere", dice un vecchio > rifugiato afghano, ex comandante di un gruppo di mujaheddin > anti-sovietici, venuto a sedersi accanto a me. > L'idea che gli americani son pieni di soldi e disposti a essere > generosi con chi sia disposto a schierarsi dalla loro parte e' > diffusissima. Giorni fa alcune centinaia di capi religiosi e tribali > della comunita' afghana in esilio si sono riuniti in un grande > anfiteatro nel centro di Peshawar per discutere del futuro > dell'Afghanistan "dopo i talebani". Per ore e ore dei bei, > barbutissimi signori - ottimi per i primi piani delle televisioni > occidentali - si sono avvicendati al microfono a parlare di "pace e > unita", ma nei loro discorsi non c'era alcuna passione, non c'era > alcuna convinzione. "Son qui solo per registrare il loro nome e > cercare di raccogliere fondi americani", diceva un vecchio amico, un > intellettuale pakistano, di origine pashtun come quella gente. > "Ognuno guarda l'altro chiedendosi "e tu quanto hai gia' avuto?". > Quel che gli americani dimenticano e' un nostro vecchio proverbio: un > afghano si affitta, ma non si compra". > Per gli americani la riunione di Peshawar era il primo importante > passo per quella che, sulla carta, pareva loro la ideale soluzione > politica del problema afghano: far tornare il re Zahir Shah, > installare a Kabul un governo in cui tutti fossero rappresentati - > compresi alcuni capi talebani moderati - e mandare l'esercito del > nuovo regime a caccia degli uomini di Al Qaeda, risparmiando cosi' il > lavoro e i rischi ai soldati della coalizione. > Ma le soluzioni sulla carta non sempre funzionano sul terreno, specie > quando questo terreno e' l'Afghanistan. > Gia' l'idea che il vecchio re del passato, in esilio a Roma da > trent'anni, possa ora giocare un ruolo nel futuro del paese e' una > illusione di chi crede di poter rifare il mondo a tavolino, e' una > pretesa di quei diplomatici che non escono dalle loro stanze ad aria > condizionata. Basta andare fra la gente per rendersi conto che il > vecchio sovrano non gode di quel prestigio che le cancellerie > occidentali - specie quella italiana - gli attribuiscono e che il suo > non essersi mai fatto vedere, il suo non aver mai visitato un campo > di rifugiati viene preso come una indicazione di indifferenza per la > sofferenza del suo popolo. "Bastava che al tempo dell'invasione > sovietica si fosse fatto fotografare con un fucile in mano ed avesse > sparato un colpo in aria. Oggi lo rispetterebbero - dice l'amico -... > e poi, poteva almeno l'anno scorso essere andato in pellegrinaggio > alla Mecca, il che, coi tempi che corrono, gli avrebbe dato un po' di > rilievo anche dal punto di vista religioso". > A parte il re, l'altro uomo su cui gli americani contavano per il > loro gioco era Abdul Haq, uno dei piu' prestigiosi comandanti della > resistenza anti-sovietica, tenutosi poi fuori dalla guerra civile che > segui'. "Non e' qui. E' andato in Afghanistan" si diceva durante la > conferenza di Peshawar, alludendo ad una "missione" che sarebbe stata > decisiva per il futuro. L'idea ovvia era che Abdul Haq, col suo > prestigio e il suo grande ascendente sui tanti vecchi mujaheddin > alleatisi coi talebani, avrebbe staccato dal regime del Mullah Omar > alcuni comandanti regionali e avrebbe potuto marciare su Kabul alla > testa di gruppi pashtun quando la capitale fosse stata presa dalla > Alleanza del Nord, che i pashtun ed i pakistani non vogliono > assolutamente vedere al potere. > La "missione" di Abdul Haq non e' durata a lungo. I talebani lo hanno > seguito appena quello e' entrato in Afghanistan, dopo alcuni giorni > lo hanno catturato e nel giro di poche ore lo hanno giustiziato come > un "traditore" assieme a due suoi seguaci. Gli americani con tutta la > loro attrezzatura elettronica ed i loro super-elicotteri non sono > riusciti a salvarlo. > Il presupposto di tutta questa manovra americana per una soluzione > politica era comunque che il regime dei talebani si sfaldasse, che > sotto la pressione delle bombe cominciassero le defezioni e che nel > paese si creasse un vuoto di potere. Ma tutto questo non e' successo. > Anzi. Ogni indicazione e' che i talebani sono ancora fermamente in > carica. Catturano giornalisti occidentali che si avventurano oltre la > frontiera e fanno sapere, per scoraggiare altri tentativi, di non > avere piu' spazio, ne' cibo per detenerne altri. "Le varie inchieste > sono in corso. Verranno tutti giudicati secondo la sharia, la legge > coranica", dicono, come farebbe un qualsiasi stato sovrano. I > talebani passano decreti, fanno comunicati per smentire notizie false > e continuano a sfidare la strapotenza americana non cedendo terreno e > promettendo morte agli afghani che si schierano con il nemico. > Non solo. Il fatto che i talebani siano ora attaccati da degli > stranieri, fa si' che anche chi aveva poca o nessuna simpatia per il > loro regime, ora si schiera dalla loro parte. "Quando un melone vede > un altro melone, ne prende il colore", dicono i pashtun. Dinanzi agli > stranieri, visti di nuovo come invasori, gli afghani diventano sempre > piu' dello stesso colore. > Per gli americani, gia' sotto enorme pressione internazionale per la > stupidita' delle loro bombe intelligenti che continuano a cadere su > gente inerme e di nuovo sui magazzini della Croce Rossa, la guerra > aerea s'e' rivelata un completo fallimento, quella politica uno > smacco. > Avevano cominciato la campagna afghana dicendo di volere Osama Bin > Laden, "vivo o morto", e hanno presto ripiegato sul voler catturare o > uccidere il Mullah Omar, capo dei talebani, sperando che questo > avrebbe fatto vacillare il regime, ma finora quel che son riusciti a > fare, oltre a qualche centinaio di vittime civili, e' terrorizzare la > popolazione delle citta' gia' ridotte a macerie. Le Nazioni Unite > calcolano che le bombe hanno fatto fuggire da Kandahar, Kabul e > Jalalabad il 75% degli abitanti. > Questo vuol dire che almeno un milione e mezzo di persone sono ora > senza tetto, si aggirano nelle montagne del paese e si aggiungono ai > sei milioni che, sempre secondo le Nazioni Unite, erano gia' "a > rischio" per mancanza di cibo e protezione prima dell'11 settembre. > "Quelli sono gli innocenti di cui dobbiamo occuparci - dice un > funzionario internazionale -. Quelli che non hanno nulla a che fare > col terrorismo, quelli che non leggono i giornali, che non guardano > la Cnn. Molti di loro non sanno neppure che cosa e' successo alle > Torri Gemelle". > Quel che tutti sanno invece e' che bombe, le bombe che giorno e notte > distruggono, uccidono e scuotono la terra come in un costante > terremoto, le bombe sganciate dagli aerei d'argento che piroettano > nel cielo di lapislazzulo dell'Afghanistan, sono bombe inglesi e > americane e questo coagula l'odio dei pashtun, degli afghani e piu' > in generale dei musulmani contro gli stranieri. Ogni giorno di piu' > l'ostilita' e' ovvia sulla faccia della gente. > Ero andato al bazar perche' volevo vedere quanti avrebbero > partecipato alla manifestazione pro-talebani che si tiene di routine > nella vecchia Peshawar dopo la preghiera di mezzo giorno, ma l'amico > pashtun mi aveva avvertito che il numero dei dimostranti non vuol > dire ormai nulla. "I duri non marciano piu', si arruolano. Vai nei > villaggi", m'aveva detto. > L'ho fatto e per un giorno e una notte, in compagnia di due studenti > universitari che in quella regione sembrava conoscessero tutti e > tutto, ho gettato uno sguardo su un mondo la cui distanza dal nostro > non e' misurabile in chilometri, ma in secoli: un mondo che dobbiamo > capire a fondo se vogliamo evitare la catastrofe che ci sta davanti. > La regione in cui sono stato e' a due ore di macchina da Peshawar, a > mezza strada dal confine afghano-pakistano. Per le popolazioni di qui > la frontiera - anche quella stabilita a tavolino oltre cento anni fa > da un funzionario inglese - non esiste. > Dall'una e dall'altra parte di quella innaturale divisione politica > fra identiche montagne vive un'identica gente: i pashtun (detti anche > pathan) che in Afghanistan sono la maggioranza, in Pakistan una > minoranza. I pashtun, prima che afghani o pakistani, si sentono > pashtun e il sogno di un Pashtunstan, uno stato che aggreghi tutti i > pashtun non e' mai completamente tramontato. I pashtun sono i temuti > guerrieri dell'Afghanistan; sono loro che gli inglesi non riuscirono > mai a sconfiggere. "Un pashtun ama il suo fucile piu' di suo figlio - > dicevano dei loro nemici gli ufficiali di Sua Maesta' -. > Coraggiosi come leoni, selvaggi come gatti, ingenui come bambini". I > talebani sono pashtun e quasi esclusivamente pashtun sono le zone in > cui ora cadono le bombe americane. > "Mio padre e' sempre stato un liberale e un moderato, ma dopo i > bombardamenti anche lui parla come un talebano e sostiene che non > c'e' alternativa alla jihad", diceva uno dei miei studenti, mentre > lasciavamo Peshawar. > La strada correva fra piantagioni di canna da zucchero. In lontananza > le prime montagne. Sui muri bianchi che dividono i campi, spiccavano > grandi slogan dipinti di fresco. "La jihad e' il dovere della > nazione", "Un amico degli americani e' un traditore", "La jihad > durera' fino al giorno del giudizio". Il piu' strano era: "Il profeta > ha ordinato la jihad contro l'India e l'America". > Nessuno qui si chiede se al tempo del Profeta, mille e quattrocento > anni fa, l'India e l'America esistessero gia'. Ma e' appunto questa > accecante mistura di ignoranza e di fede a essere esplosiva ed a > creare, attraverso la piu' semplicistica e fondamentalista versione > dell'Islam, quella devozione alla guerra e alla morte con cui abbiamo > deciso, forse un po' troppo avventatamente, di venirci a confrontare. > "Quando uno dei nostri salta su una mina o viene dilaniato da una > bomba, prendiamo i pezzi che restano, i brandelli di carne, le ossa > rotte, mettiamo tutto nella stoffa di un turbante e seppelliamo quel > fagotto li', nella terra. Noi sappiamo morire, ma gli americani? Gli > inglesi? Sanno morire cosi'?". Dal fondo della stanza un altro uomo > barbuto, ricordandosi da dove, presentandomi, ho detto di venire, > apre un giornale in Urdu e ad alta voce legge una breve notizia in > cui si dice che anche l'Italia si e' offerta di mandare navi e > soldati e il mio interlocutore personalizza la sua sfida: "...e voi > italiani allora? Siete pronti a morire cosi'? Perche' anche voi > venite qui a uccidere la nostra gente, a distruggere le nostre > moschee? Che direste se noi venissimo a distruggere le vostre chiese, > se venissimo a radere al suolo il vostro Vaticano?". Siamo in una > sorta di rudimentalissimo ambulatorio in un villaggio a qualche > decina di chilometri dal confine afghano. Negli scaffali polverosi ci > sono delle polverose medicine; al muro una bandiera verde e nera con > al centro un sole in cui e' scritto "Jihad". Attorno al "dottore" che > mi parla si sono riuniti una decina di giovani: alcuni sono veterani > della guerra, altri ci stanno per andare. Uno e' appena tornato dal > fronte e racconta dei bombardamenti. > Dice che gli americani sono codardi perche' sparano dal cielo, > scappano e non osano combattere faccia a faccia. Dice che il Pakistan > impedisce ai profughi di entrare nel paese e che tanti civili, feriti > nei bombardamenti di Jalalabad, muoiono ora dall'altra parte del > confine per mancanza delle piu' semplici cure. > L'atmosfera e' tesa. Qui, ancora piu' che al bazar, tutti sono > assolutamente convinti che quella in corso e' una grande > congiura-crociata dell'Occidente per distruggere l'Islam, che > l'Afghanistan e' solo il primo obbiettivo e che l'unico modo di > resistere e' per tutto il mondo islamico di rispondere all'appello > per la guerra santa. "Vengano pure gli americani, cosi' ci potremo > procurare delle buone scarpe, togliendole ai cadaveri - dice uno dei > giovani - a voi la guerra costa tantissimo. A noi nulla. Non > sconfiggerete mai l'Islam". > Cerco di spiegare che la guerra in corso e' contro il terrorismo, non > l'Islam, cerco di dire che l'obbiettivo della coalizione > internazionale guidata dagli americani non sono gli afghani, ma Osama > Bin Laden ed i talebani che lo proteggono. > Non convinco nessuno. "Io non so chi sia Osama - dice il "dottore" - > non l'ho mai incontrato, ma se Osama e' nato a causa delle > ingiustizie commesse in Palestina ed in Iraq, sappiate che le > ingiustizie ora commesse in Afghanistan faranno nascere tanti, tanti > altri Osama". > Di questo sono convinto e la prova e' dinanzi ai miei occhi: > l'ambulatorio e' un centro di reclutamento per la jihad, il "dottore" > e' il capo di un gruppo di venti giovani che domani partira' per > l'Afghanistan. Ognuno portera' con se' un'arma, del cibo e del > danaro. In ogni villaggio ci sono gruppi cosi'. Il "dottore" parla di > alcune migliaia di mujaheddin che da questa regione, formalmente in > Pakistan, stanno per andare a combattere a fianco dei Talebani. > L'addestramento? Tutti, dice il "dottore", han fatto due mesi per > imparare l'uso delle armi e delle tecniche di guerriglia. > Ma quel che conta e' l'istruzione religiosa ricevuta nella tante > piccole scuole coraniche, le madrasse, sparse nella campagna. Mi han > portato a visitarne una. Disperante. > Seduti per terra, davanti a dei tavolinetti di legno, una cinquantina > di bambini - c'erano anche alcune bambine - dai tre ai dieci anni, > tutti pallidi, magri e consunti, cantilenavano senza interruzione i > versetti del Corano. Nella loro lingua? No, in arabo che nessuno sa. > "Sanno pero' che chi riesce a imparare tutto il Corano a memoria lui > e tutta la sua famiglia andranno in paradiso per sette generazioni!", > mi ha spiegato il giovane barbuto che faceva da istruttore. > Trentacinque anni, sposato con cinque figli, ammalato di cuore, > fratello del capo della locale moschea, diceva che nonostante le sue > condizioni di salute, anche lui sarebbe andato a combattere. > Aspettava solo che gli americani scendessero dai loro aerei e si > facessero vedere al suolo. "Se non smettono di bombardare > costituiremo piccole squadre di uomini che andranno a mettere bombe e > a piantare la bandiera dell'Islam in America. Se verranno presi > dall'Fbi si suicideranno", diceva con un sorriso invasato. > A parte la memorizzazione del Corano le madrasse insegnano poco o > nulla, ma per le famiglie povere della regione quella, pur > miserissima, e' l'unica educazione possibile. Il risultato sono i > giovani che oggi vanno alla jihad e il crescente potere che i mullah, > ugualmente ignoranti e ottusi, hanno sulla popolazione delle campagne > grazie al loro monopolio sulla religione e sui fondi dei paesi > musulmani come l'Arabia Saudita. > Dovunque ci siamo fermati in quelle ore non ho sentito che discorsi > carichi di fanatismo, di superstizione, di certezze fondate > sull'ignoranza. Eppure sentendo parlare questa gente, mi chiedevo > quanto anche noi, pur colti e rimpinzati di conoscenze, siamo pieni > di preteso sapere, quanto anche noi finiamo per credere alle bugie > che ci raccontiamo. > A sette settimane degli attacchi in America le prove che ci erano > state promesse sulla colpevolezza di Osama Bin Laden, e di riflesso > dei talebani, non ci sono state ancora date, eppure quella > colpevolezza e' ormai data per scontata. Anche noi ci facciamo > illudere dalle parole e abbiamo davvero creduto che la prima > operazione delle forze speciali americane in Afghanistan era intesa a > trovare il centro di comando dei talebani, senza pensare che, come > dice il mio amico pashtun "quel centro non esiste o e' al massimo una > capanna di fango con un tappeto da preghiera e qualche piccione > viaggiatore, ora che i talebani non possono piu' usare le loro > radioline facilmente intercettabili dagli americani". > E non e' il fanatismo di questi fondamentalisti, simile al nostro > arrogante credere che abbiamo una soluzione per tutto? Non e' la loro > cieca fede in Allah, pari alla nostra fede nella scienza, nella > tecnica, nella abilita' di mettere la natura al nostro servizio? E' > con queste certezze che andiamo oggi a combattere in Afghanistan con > i mezzi piu' sofisticati, gli aerei piu' invisibili, i missili piu' > lungimiranti e le bombe piu' "ammazzauomo" per rifarci di un atto di > guerra commesso da qualcuno armato solo di tagliacarte e di una ferma > determinazione a morire. > Come non rendersi conto che per combattere il terrorismo siamo venuti > a uccidere innanzitutto degli innocenti e con cio' ad aizzare ancor > piu' un cane che giaceva? Come non vedere che abbiamo fatto un passo > nella direzione sbagliata, che siamo entrati in una palude di sabbie > mobili e che con ogni altro passo finiremo solo per allontanarci > sempre di piu' dalla via di uscita? Dopo la conversazione con i > fanatici della jihad, quella fra me e me e' continuata per il resto > della notte, passata insonne a tenermi lontano le zanzare. Certo che > non e' invidiabile una societa' come quella che produce dei ragazzi > cosi' ottusi e disposti a morire. Ma lo e' forse la nostra? Lo e' > quella americana? Che accanto agli eroici pompieri di Manhattan, > produce anche gente come il bombarolo di Oklahoma City, gli > attentatori alle cliniche abortiste e forse anche quelli che - il > sospetto cresce - mettono l'antrace nelle buste spedite a mezzo > mondo? Quella su cui avevo appena gettato uno sguardo era una > societa' carica d'odio. Ma e' da meno la nostra che ora, per vendetta > o magari davvero per mettere le mani sulle riserve naturali dell'Asia > Centrale, bombarda un paese che vent'anni di guerra han gia' ridotto > ad una immensa rovina? Possibile che per proteggere il nostro modo di > vivere, si debbano fare milioni di rifugiati, si debbano far morire > donne e bambini? Per favore, vuole spiegarmi qualcuno esperto in > definizioni, che differenza c'e' fra l'innocenza di un bambino morto > nel World Trade Center e quella di uno morto sotto le bombe a Kabul? > La verita' e' che quelli di New York, sono i "nostri" bambini, quelli > di Kabul invece, come gli altri centomila bambini afgani che, secondo > l'Unicef, moriranno quest'inverno se non arrivano subito dei > rifornimenti, sono i bambini "loro". E quei bambini loro non ci > interessano piu'. Non si puo' ogni sera, all'ora di cena, vedere > sullo schermo della tv di casa un piccolo moccioso afghano che > aspetta di avere una pagnotta. Lo si e' gia' visto tante volte; non > fa piu' spettacolo. Anche a questa guerra ci siamo gia' abituati. Non > fa piu' notizia e i giornali richiamano i loro corrispondenti, le > televisioni riducono i loro staff, tagliano sui collegamenti via > satellite dai tetti degli alberghi a cinque stelle di Islamabad. Il > circo va altrove, cerca altre storie, l'attenzione e' gia' stata > anche troppa. > Eppure l'Afghanistan ci perseguitera' perche' e' la cartina di > tornasole della nostra immoralita', delle nostre pretese di civilta', > della nostra incapacita' di capire che la violenza genera solo > violenza e che solo una forza di pace e non la forza delle armi puo' > risolvere il problema che ci sta dinanzi. > > "Le guerre cominciano nella mente degli uomini ed e' nella mente > degli uomini che bisogna costruire la difesa della pace", dice il > preambolo della costituzione dell'Unesco. > Perche' non provare a cercare nelle nostre menti una soluzione che > non sia quella brutale e banale di altre bombe e di altri morti? > Abbiamo sviluppato una grande conoscenza, ma non appunto quella della > nostra mente, e ancor meno quella della nostra coscienza, mi dicevo > insonne tentando sempre di scacciare le zanzare. > La notte e' fortunatamente breve. Alle quattro la voce metallica di > un altoparlante comincia a salmodiare dall'alto di un minareto > vicino; altre rispondono in lontananza. > Partiamo. > Nella hall dell'albergo dove arrivo a fare colazione e' gia' accesa > la televisione. La prima notizia, all'alba, non e' piu' la guerra in > Afghanistan, ma l'annuncio fatto a Washington del "piu' grande > contratto di forniture belliche nella storia del mondo". > Il Pentagono ha deciso di affidare alla Lockheed Martin la > costruzione della nuova generazione di sofisticatissimi aerei da > caccia: 3.000 pezzi per un valore iniziale di 200 miliardi di > dollari. Gli aerei entreranno in funzione nel 2012. > Per bombardare chi? Mi chiedo. Penso ai ragazzini della madrassa che > nel 2012 avranno giusto vent'anni e mi torna in mente una frase > dell'invasato "dottore": "Se gli americani vogliono combatterci per > quattro anni, noi siamo pronti, se vogliono farlo per 40 anni siamo > pronti. Per 400, siamo pronti". > E noi? Questo e' davvero il momento di capire che la storia si ripete > e che ogni volta il prezzo sale. > > > > >> > > > > > > > > > > > > > > > |