ATTI DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEI FORUM SOCIALI

Firenze, stazione Leopolda 20 e 21 ottobre 2001

 

MOZIONE CONCLUSIVA

 

L’assemblea nazionale dei Fori Sociali Italiani, riunita a Firenze il 20 e 21 ottobre nell’ex Stazione Leopolda indice tre giorni di mobilitazione nazionale contro la guerra economica, sociale e militare. Dentro una articolata e diffusa iniziativa sul territorio in cui sono impegnate le reti e i Social Forum, è indetta per l’8 e il 9 novembre una iniziativa centrale del movimento a Roma, con significative presenze internazionali, come Forum Antiliberista contro la WTO, la fame e la guerra per affrontare 5 temi: sovranità alimentare, crisi ambientali/povertà e risorse, lavoro e diritti, commercio e finanza, saperi e culture.

Il 10 novembre saranno indette manifestazioni nazionali a Roma e mobilitazioni in  altre città.

E’ affidato al gruppo di lavoro su Fao e Wto, sulla base del documento che ha proposto all’assemblea, di raccogliere gli appuntamenti promossi per il 10 in tutte le città ed a Roma, compreso il corteo ed il concerto, in modo che ogni iniziativa abbia l’indicazione dei promotori e degli aderenti, perché ne divulghi a tutto il movimento l’informazione.

E’ affidato al Social Forum Romano ed al gruppo di lavoro su Fao Wto l’organizzazione delle tre giornate con ogni forma necessaria a garantirne il funzionamento compresi un manifesto nazionale ed una conferenza stampa.

Un altro mondo è in costruzione, noi siamo un grande cantiere.

L’8 e il 9 novembre posiamo tanti mattoni. Il 10 cementiamoli con grandi, forti e partecipate mobilitazioni.

 

Gruppo di lavoro FAO WTO

 

Un grande movimento internazionale viene alla luce dalle giornate di Seattle per arrivare a quelle straordinarie di Genova. La trinità globale dietro cui si nascondono i nuovi poteri mondiali (Fmi, Bm e Wto) esce dall’ombra ed è costretta allo scoperto da un popolo colorato, di diversi e diverse, di lavoratori, giovani, delle tante forme organizzate e dei tanti non organizzati.

Contro il tentativo di ridurre in merce le relazioni sociali, il cibo, l’ambiente, l’educazione, i servizi e finanche la vita stessa e di pervadere l’esistenza dei cittadini del mondo svuotando di sovranità i popoli e le nazioni e separando e isolando i singoli per imporre una società in cui vi sia mano libera ai poteri finanziari ed economici, sale l’opposizione ai sedicenti grandi e al loro tentativo di imporre un nuovo ordine sociale mondiale in cui la guerra è sempre più funzionale. Se Wto, Bm e Fmi sono una delle due facce, l’altra è la guerra, con cui si annuncia il secolo che vorrebbero, noi siamo qui per rivendicare con forza le mille ragioni per un altro mondo lavorando insieme a tutti gli uomini e le donne che pagano i prezzi delle scelte neoliberiste, diversi per culture, condizione sociale, fedi religiose e convincimenti politici. E’ il tempo di porci al lavoro per allargare il movimento contro la globalizzazione neoliberista costruendo la relazione fra l’opposizione agli istituti finanziari dei poteri mondiali ed alla loro natura antidemocratica con  i bisogni locali dei singoli, dei territori e dei soggetti sociali. Pensiamo che questo obiettivo debba essere posto a base del nuovo Patto di lavoro da sottoscrivere dopo Genova e debba vivere in modo che vi si riconoscano le diverse pratiche che danno vita all’esperienza dei Fori Sociali Italiani, siano esse portatrici della cultura pacifista, della disubbidienza, dell’antagonismo o della differenza, sia che si esprimano nel percorso del sindacalismo, della militanza politica, della professione di fede religiosa.

L’allargamento del movimento contro la globalizzazione neoliberista sta, per noi, nella capacità di proporre obiettivi concreti, semplici che si facciano riconoscere come interessi popolari; per questo crediamo sia centrale rilanciare lo spirito di Genova nella capacità di costruire l’intreccio fra globale e locale. Crediamo sia fondamentale il ruolo dei Fori Sociali territoriali nella loro capacità di leggere le dinamiche della globalizzazione per gli effetti che hanno sui territori e i bisogni che vi si esprimono, come crediamo sia indispensabile che queste esperienze si intreccino in una lettura nazionale e internazionale dei processi per darsi maggior forza e capacità di incidere, contare e conseguire risultati concreti. A tema del nuovo patto di lavoro va posto concretamente l’intreccio fra esperienze territoriali, reti nazionali e internazionali su base democratica, inclusiva e su temi di lavoro, obiettivi di lotta e di riflessione, per passare ad una fase nuova del movimento. In una fase che non sia più lo scadenzario imposto dall’avversario ma l’articolazione di un  nostro autonomo spazio di iniziativa. Se le scadenze dell’avversario (Wto, G8, ecc.) sono la manifestazioni concreta dei poteri in ombra che altrimenti difficilmente sarebbero percepibili dalla massa dei cittadini (per cui è assolutamente indispensabile proseguire la mobilitazione con l’obiettivo di smascherarne la natura antidemocratica e antisociale) noi dobbiamo lavorare per far crescere la nostra autonoma capacità di lettura e di proposta, costruendo, sul nostro terreno, l’iniziativa. Per questo proponiamo la definizione di alcune campagne di iniziativa che vengono assunte da tutto il movimento dei Fori Sociali, dalle componenti che vi si riconoscono ma, anche ed altre l’esperienze del GSF, a tutte quelle in campo nella comune battaglia contro la globalizzazione, lavorando al duplice obiettivo di dare più forza e coordinamento a quelle che già esistono e di individuarne di nuove capaci di rappresentare uno sforzo unitario e partecipato di proposta e di pratica (tra quelle citate banche armate e Tobin Tax, campagne di boicottaggio, politiche agricole europee e sovranità alimentare, OGM, acqua, ecc.).

Sono queste le riflessioni che ci portano a proporre la mobilitazione attorno alle giornate dell’8, 9 e 10 novembre in occasione del vertice del Wto e della scadenza della Fao. Proprio la mancata convocazione del vertice Fao, il suo declassamento alla sola parte “istituzionale” (pericolosissima perché cancella la parte di confronto democratico e mantiene quella ristretta in cui si potrebbero assumere decisioni delicatissime come quelle sul patrimonio genetico), nel momento invece in cui si conferma l’appuntamento della Wto e si producono scelte di guerra, ci consegna una grande responsabilità ed un grande spazio politico. Insomma l’indeterminatezza per quello che avverrà sulla scadenza della Wto e l’irresponsabilità colpevole di quanto già avvenendo sulla Fao devono farci rilanciare l’iniziativa alla  mobilitazione dell’8, 9 e 10 novembre.

La proposta è di convocare un Forum antiliberista contro la fame e la guerra economica, sociale e militare, che abbia le caratteristiche di essere una mobilitazione nazionale capace di sviluppare iniziative territoriali tematiche e darsi un forte momento di confronto unitario nei due giorni dell’8 e del 9 a Roma. La mobilitazione prevede la presenza di alcuni rappresentati di movimenti internazionali e nazionali di tutto il mondo in rappresentanza di realtà e di esperienze di lotta al modello della globalizzazione neoliberista essendo, da questo punto di vista, una straordinaria occasione per incontrare culture e pratiche tanto distanti da noi ma, anche, tanto vicine negli obiettivi comuni che esprimono.

Nei due giorni di Forum a Roma andrebbero sviluppate sessioni di lavoro su cinque temi fondamentali: sovranità alimentare, crisi ambientale/povertà e risorse, lavoro e diritti, commercio e finanza, saperi e culture.

Il Forum sarà preceduto e proseguito da una serie di iniziative sull’intero territorio nazionale promosse dai diversi Social Forum territoriali e dalle reti nazionali pensate come contributi su singoli temi che trovino spazio di espressione adeguata nel confronto della due giorni in modo da dar voce reale ad uno sforzo collettivo più che essere l’ennesima occasione per esperti o leaders di aree.

Pensiamo che questo sforzo debba essere vissuto come l’occasione per avviare un processo piuttosto che non farne la sintesi, dunque lavoriamo all’idea che da questa due giorni si possano definire alcune campagne significative su cui proporre l’impegno dell’intero movimento. In questo spirito, ad esempio, mentre il gruppo di lavoro sottolinea l’appoggio a tutte le iniziative di mobilitazione sindacale previste fra la fine di ottobre e novembre, considera fortemente utile la proposta del Rimini Social Forum di tenere un’assemblea contro la precarizzazione e per i diritti del lavoro, cui hanno già dato adesione tutte le componenti sindacali che si riconoscono nelle esperienze del GSF, che può essere l’occasione di rilanciare il confronto e la proposta unitaria sulla condizione dei lavoratori, sul salario sociale.

Le iniziative per ora previste territorialmente hanno il segno di voler costruire una diffusa riflessione collettiva sui temi e sulle modalità dell’articolazione fra globale e locale e chiediamo a tutte le realtà di proporre ulteriori proposte.

Sulla giornata del 10 novembre il gruppo di lavoro propone di indire in occasione dell’apertura del Wto una giornata di mobilitazione nazionale diffusa sul territorio che abbia almeno tre significativi e visibili punti di concentramento: a Roma, nel sud e nel nord d’Italia. Particolarmente importante è la giornata romana proposta dal Roma Social Forum per la vicenda della Fao espulsa dalla responsabilità del governo di centro-destra che, peraltro, chiama alla manifestazione a favore della guerra. Pensiamo sia utile che a Roma si possa svolgere un evento significativo nello spirito delle giornate dell’8 e del 9, anche chiamando il mondo delle culture, dell’arte, associazioni dei migranti, intellettuali, a mobilitarsi contro la Wto e contro la guerra per un mediterraneo ed un mondo di pace ovvero un concerto sul modello Festival dei Popoli.

 

Gruppo di lavoro PACE E GUERRA

 

Il gruppo di lavoro su “pace e guerra” ha riunito un centinaio di persone, con una ventina di interventi, molti dei quali di compagne e compagni provenienti da Forum Sociali locali.

Il gruppo si è dato  come obiettivo la discussione e l’approfondimento, per quanto limitato dallo scarso tempo a disposizione, delle questioni legate all’attuale situazione di guerra, cercando di concentrare l’attenzione sulle proposte e le idee per iniziative di opposizione alla guerra, al terrorismo e alla partecipazione italiana alle azioni militari sotto qualsiasi forma. Il gruppo ha anche deciso di mantenere una rete di contatto per proseguire la comunicazione e il dibattito tra le associazioni e i Forum Sociali sul tema della pace e della guerra – tema considerato centrale nella fase attuale (per questo si è deciso di aprire una mailing list – alla quale invitiamo ad iscriversi tutti gli interessati).

E’ stata anche rilanciata la proposta di un “Forum permanente contro la guerra” come luogo di scambio e di iniziativa di tutte/i quelle/i che vogliono costruire la mobilitazione.

L’analisi della guerra attuale è stato il punto di partenza di quasi tutti gli interventi, che in generale concordavano sulla necessità di smascherarne il preteso carattere di “guerra al terrorismo” essendo in realtà questa una guerra che ha la sua ragione d’essere nelle dinamiche della globalizzazione capitalistica e nella strategia di controllo e di dominio delle regioni dove si trovano le principali risorse energetiche. Una strategia preparata da anni dagli USA e dalla Nato e che oggi rilegittima la guerra come strumento “necessario” contro la brutalità del terrorismo. Una guerra quindi che si presenta come “permanente”, non limitata a qualche – pur disastroso – bombardamento.

La generalità degli interventi sottolineava la scelta dei Social Forum di schierarsi con decisione contro la guerra, contro questa guerra, contro la partecipazione italiana e contro il terrorismo. Contro il terrorismo perché guidato dalla stessa logica di attacco ai civili e perché di fatto si pone su di un piano totalmente opposto alla nostra scelta di movimento per i diritti universali.

E’ stata anche sottolineata la volontà di non lasciarsi scippare le nostre parole d’ordine di “pace nella giustizia” che oggi sono utilizzate come propaganda dal governo per creare maggior consenso all’intervento militare.

L’opposizione alla guerra dovrà vedere un grande impegno per contrastare la “cultura della guerra” che si manifesta nella xenofobia, nella propaganda sullo “scontro di civiltà”, nelle pagine delle Fallaci di turno che vogliono creare un senso comune bellico e di cancellazione delle ragioni degli altri. A questa logica dobbiamo saper rispondere con una grande campagna di informazione / controinformazione, in particolare tra i giovani e gli studenti, che hanno mostrato la loro attenzione e la loro volontà di mobilitarsi in molte città italiane.

E’ stato anche proposto di costruire moduli di interventi per poter comunicare nelle trasmissioni radio a “microfono aperto” e per scrivere lettere ai giornali.

L’opposizione alla scelta della guerra è stata da molte e molti sottolineato come sia un’istanza politica, quindi anche di opposizione al governo della guerra, alla logica bipartisan in politica estera – segnalando come sia evidente la frattura fra il paese reale, nel quale centinaia di migliaia di persone si esprimono contro la guerra, e un parlamento che al 95% vota per la guerra.

In questo senso è stata sottolineata da molti la centralità di una iniziativa contro le spese militari e la “finanziaria di guerra”, per costruire una grande campagna contro l’aumento del bilancio della difesa e delle spese militari – una campagna che deve essere portata avanti dai Social Forum cercando d coinvolgere sindacati, lavoratrici e lavoratori – nella consapevolezza che il taglio delle spese sociali e per i contratti rappresenta l’altra faccia della medaglia.

Tutti gli interventi sono stati concordi sulla necessità che la nostra iniziativa pacifista debba essere caratterizzata anche da una forte mobilitazione per i diritti dei popoli colpiti e di quelli ai quali vengono negati i diritti.

In primo luogo del popolo palestinese, considerato da tutte/i centrale in questo momento. Sono state valorizzate le esperienze di solidarietà e di presenza nei territori occupati a fianco dei palestinesi, portati avanti da associazioni come le Donne in nero e molte altre.

In questo senso è stata rilanciata – invitando tutti i Social Forum a farla propria, l’iniziativa internazionale programmata per il periodo di natale/capodanno: una “campagna di missioni civili per la protezione internazionale del popolo palestinese” che vuole portare a Gerusalemme una grande manifestazione con palestinesi ed israeliani pacifisti, con l’obiettivo di spingere l’Europa a farsi carico dell’organizzazione di forze internazionali di osservazione e protezione della popolazione palestinese.

Alcuni interventi hanno segnalato la permanente gravità della situazione del popolo curdo e la necessità di mantenere gli impegni presi quando c’era Ocalan in Italia, rilanciando il progetto di pace del PKK per l’identità nazionale curda e la convivenza. A questo proposito è stato proposto di partecipare alle prossime delegazioni a dicembre e in  occasione del newrozz e di avviare una campagna di affido a distanza delle famiglie dei prigionieri politici curdi.

Forte attenzione è stata da molti dedicata alla popolazione afgana – colpita oggi anche da bombardamenti. Per questo è stata ricordata la missione internazionale di donne e non solo che si recherà nei campi profughi in Pakistan il prossimo 30 ottobre.Altre hanno proposto di preparare una presenza nello stesso Afghanistan di pacifisti internazionali.

E’ stata da molti ripresa la proposta di una solidarietà diretta e concreta verso le donne e gli uomini dell’Afghanistan – con una raccolta di fondi per i profughi e per l’Associazione RAWA.

Connesso al tema di questa guerra è stato affrontato il tema dell’ONU, sul quale le posizioni si sono differenziate – comunque richiedendo un approfondimento e maggiore dibattito, in quanto ritenuto uno dei punti critici sul quale concentrare gli sforzi di ragionamento e ricerca. Alcuni hanno dichiarato che rimane centrale una ricerca per la riforma dell’ONU, che viene vista come unico strumento internazionale legittimato al “governo” del mondo ( e a questo viene connessa la necessità della creazione di una efficace Corte Permanente Internazionale).

Altri hanno invece portato la critica all’ONU in quanto tale, per quello che ha fatto e continua a fare ( intereventi militari, embarghi) e per la sua intrinseca debolezza in quanto formato dagli stati nazione oggi in crisi, oltre che dominato dagli stessi paesi che guidano la globalizzazione neoliberista.

E’ stato anche affrontato il tema della nonviolenza, da alcuni ritenuto discriminante per la partecipazione ai social forum e da altri segnalato come tema su cui avviare una maggiore riflessione perché la ritengono una strada possibile per una alternativa alla guerra.

E’ stata in qualche caso affrontata anche l’esperienza della Perugia - Assisi, valutandone positivamente gli esiti in termini di mobilitazione ( anche come ulteriore risultato del movimento che si è visto a Genova) ma in molti casi criticandone la gestione della Tavola della pace e la presenza di due anime, una contro la guerra e un’altra a favore di questo intervento – denunciando anche la strumentalizzazione politica e  mediatica  operata da chi come  D’Alema, ha cercato di stravolgere il senso della marcia attribuendole un significato opposto a quello evidente di opposizione a questa guerra.

Molti hanno comunque considerato positiva la riuscita perché ha mostrato una grande volontà di opposizione contro la guerra ( questa guerra), in settori diversi e non in modo scontato.

Il gruppo di lavoro si è poi concentrato sulle iniziative pubbliche e da programmare:

-          quasi tutti hanno chiesto di mantenere il 10 Novembre come appuntamento nazionale ( da alcuni motivato come giornata “contro la guerra economica, sociale e militare “) – anche se non vi e stata una posizione concorde sulla modalità della mobilitazione;

-          alcuni proponendo il corteo nazionale a Roma;

-          altri un concerto per la pace al Circo massimo ( in aggiunta o in alternativa al corteo) come “festa dei popoli oppressi”;

-          altri ancora pensando a manifestazioni locali nello stesso giorno;

-          una proposta chiedeva invece di mantenere il 10 Novembre , costruendolo con manifestazioni locali nei giorni/settimane precedenti.

Vista la grande importanza di contestare la xenofobia e l’attacco ai migranti, è stata proposta una grande manifestazione contro il razzismo e contro le guerre, in particolare contro la legge Bossi/Fini , come momento visibile di un impegno al fianco dei migranti, fatto anche di un sostegno diretto locale.

Sono stati ricordati gli scioperi programmati il 31 Ottobre (da COBAS Scuola contro la guerra e per la scuola pubblica); il 9 Novembre dalla CUB contro la finanziaria e le guerre; il 16 Novembre, lo sciopero generale dei metalmeccanici indetto dalla FIOM ( il cui rappresentante ha sottolineato come sia anche contro la guerra e la finanziaria).

In molti hanno chiesto che i social forum lancino un appello ai sindacati legati ai social forum stessi perché si arrivi ad un unico grande sciopero generale contro la guerra e le spese militari, per un recupero di risorse per le spese sociali.

Tutti hanno sottolineato l’importanza di una presenza di iniziative locali non sporadiche, di controinformazione e di mobilitazione ( alcuni hanno segnalato la ripresa di “tende per la pace” in varie città).

Sono state anche ricordate campagne di boicottaggio ( come quella contro le “banche armate”) e di solidarietà concreta.

 

Gruppo di lavoro MIGRANTI

 

In numerose città italiane la nascita dei Social Forum locali ha visto in questi mesi le questioni relative ai migranti come centrali nella complessiva battaglia contro la globalizzazione neoliberista e contro i processi di polarizzazione identitaria incrementati da guerra e terrorismo. Non è un evento casuale!

Si tratta invece del frutto iniziale ma radicato di un impegno che ha visto il 19 luglio sfilare oltre 50 mila uomini e donne a Genova in difesa della globalizzazione dei diritti – innanzi tutto quelli dei tanti cittadini migranti che vedono messa a rischio nella “nostra civile” Europa la stessa sopravvivenza.

Le mobilitazioni che, iniziate negli anni passati, nelle ultime settimane hanno visto in  piazza migliaia di migranti, da Venezia a Brescia, da Genova a Roma e Napoli, spesso alla testa dei cortei contro la Guerra, non sono state, però, sufficientemente assunte dalla totalità del movimento e faticano a trovare visibilità nella società civile.

Quello delle migrazioni, non è un tema tra gli altri, un settore specifico di intervento. E’ piuttosto una questione strategica, perché paradigmatica dell’erosione globale dei diritti e della democrazia. Attorno ad essa tutti i nodi fondamentali in cui si è espresso “il movimento dei movimenti” – dalla trasformazione della cittadinanza a quella del lavoro – vengono al pettine. E questo vale per la stessa globalizzazione: la libera circolazione degli uomini e delle donne, materialmente rivendicata e praticata dai migranti, disegna una globalizzazione opposta a quella neoliberista, che aggiunge all’abbattimento delle barriere per le merci e per i capitali la proliferazione dei confini contro profughi e migranti.

E’ a questa diversa globalizzazione, a questo laboratorio di cosmopolitismo, che il movimento deve collegarsi, sapendo di scoprire le stesse ragioni che ci hanno portato in piazza da Seattle a Genova a Perugia, in cui in 300 mila abbiamo detto no alla guerra.

E proprio la guerra prodotta contro i paesi del sud del mondo, assieme alle politiche liberiste e discriminatorie sostenute dagli USA e dai governi occidentali, spinge ad individuare nello straniero, specie se musulmano, un pericoloso nemico da reprimere, controllare, cacciare, deprivare delle già risibili libertà individuali.

In questo clima di intolleranza razzista, è stato elaborato un ddl Bossi/Fini che inasprisce le politiche repressive e di controllo dei flussi migratori già introdotte dalla legge 40 del 1998, esasperando tendenze e norme già in atto, e che si può definire segregazionista perché sancisce un vero e proprio apartheid giuridico, civile, sociale e del lavoro.

La clandestinità imposta di fatto come unica via di ingresso nel territorio nazionale, e il nesso stretto tra lavoro e soggiorno, consegnano i migranti alla dipendenza semi-schiavistica dei trafficanti e dei datori di lavoro. La precarizzazione, la segregazione e l’arbitrio di polizia, investono i migranti regolari, spezzando i percorsi di cittadinanza, introducendo barriere e ghetti nel mondo del lavoro e nella società, imbarbarendo le relazioni sindacali, sociali e lo stesso Stato di diritto, indebolendo tutti i lavoratori e le lavoratrici.

I diritto d’asilo viene negato alla radice attraverso la segregazione dei richiedenti asilo, l’assoluta mancanza di forme di tutela durante la proceduta e in fase di difesa.

Questo imbarbarimento è già in atto nel blocco delle frontiere e nella deportazione dei profughi dalla guerre e dai drammi planetari, nei rastrellamenti su base etnica e nella criminalizzazione dei luoghi di aggregazione dei migranti, come si intravede nella decisione di sgombrare a Roma, per motivi di lotta al “terrorismo”, gli alloggi precari occupati dai migranti.

La deportazione, i rastrellamenti e le espulsione dei migranti si avvalgono anche in Italia come in Europa di strumenti indegni di uno stato di diritto, quali i centri di detenzione, in cui ogni giorno vengono reclusi uomini e donne incolpevoli, ed ora si vorrebbe recludere anche i richiedenti asilo.

La denuncia degli abusi, delle discriminazioni in atto e la necessaria tutela delle vittime deve essere organizzata in rete attraverso un osservatorio a livello nazionale. Noi contrapponiamo l’integrità delle persone umane alla loro riduzione a merce da lavoro e a merce politica per gli imprenditori della xenofobia.

Non accettiamo e non accetteremo mai che leggi e norme inumane violino i diritti fondamentali e difenderemo sempre i soggetti e i luoghi che ne siano minacciati.

Il movimento dei movimenti in cui ci riconosciamo vuole che alla libera circolazione delle merci e dei capitali si anteponga la libera circolazione delle persone.

Vuole favorire e valorizzare l’enorme arricchimento culturale di cui i migranti sono i portatori.

Considera civiltà da difendere quella capace continuamente di contaminarsi, essere plurale, ridefinirsi sempre, in modo tale da garantire ad ognuno degli individui che la compongono eguali diritti, dignità, possibilità di realizzare il proprio futuro.

Un’utopia nel momento in cui c’è chi chiama allo scontro tra civiltà. Ma una  realtà da praticare e da costruire nei territori, giorno per giorno in nome di una visione del mondo che pretende di affrontare le disuguaglianze tra nord e sud ed abolire il privilegio dei pochi costruito sullo sfruttamento dei molti.

E’ per questo che chiamiamo il movimento dei movimenti ad un’assunzione di responsabilità nel riconoscere tali questioni come centrali.

Chiamiamo tutti i Social Forum territoriali che non lo hanno ancora fatto a costituire gruppi di lavoro sull’immigrazione, a rapportarsi alle organizzazioni già esistenti, a sviluppare nelle proprie città campagne di sensibilizzazione per fermare il ddl e di richiesta sociale sul lavoro e sulle condizioni dei migranti.

Proponiamo che il 10 novembre i migranti ed i profughi aprano la manifestazione nazionale a Roma contro il Wto e la guerra, le cui forme devono assicurare la visibilità dei cento “popoli di Seattle” contro il pensiero unico e l’unica bandiera delle destre di governo, e che il giorno dopo si tenga a Roma un’assemblea nazionale con tutte le forze sociali e politiche che vogliono impegnarsi contro il ddl Bossi/Fini.

In particolare per il diritto all’assistenza legale e all’emersione dalla clandestinità di tutti coloro che, oggi e in futuro vivono e lavorano in Italia, per contrapporre ai trafficanti la certezza di ingressi legali per ricerca di lavoro e per asilo; per i diritti civili e politici: voto amministrativo, accesso alla cittadinanza, “civilizzazione” delle competenze per il soggiorno; per l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, qualunque sia il loro status giuridico, nell’accesso ai diritti sociali fondamentali (salute, casa, istruzione, lavoro) e la difesa del diritto all’unità familiare; per il rifiuto dei centri di detenzione e per la garanzia in ogni caso del diritto alla difesa ed al ricorso; per una legge organica che garantisca il diritto costituzionale di asilo; per norme di tutela della popolazione rom.

Su questi obiettivi chiamiamo ad un confronto tutta la società civile per opporre alla barbarie legislativa e sociale un percorso di mobilitazione che, passando attraverso iniziative di assemblea e di mobilitazione locali, i cui protagonisti siano gli stessi migranti, e attraverso la presenza e la visibilità dei migranti nelle manifestazioni sindacali delle prossime settimane, giunga ad organizzare una grande manifestazione unitaria contro il ddl Bossi/Fini e per i diritti di cittadinanza a Roma, sabato 1 dicembre.

Proponiamo in particolare che tutto il movimento assuma le campagne per il diritto al soggiorno delle centinaia di migliaia di migranti che ne hanno chiesto l’emissione o il rinnovo e per la protezione umanitaria dei profughi delle guerre passate e presenti.

 

Gruppo di lavoro ECONOMIA E LAVORO

 

Premessa.

La globalizzazione neoliberista è incompatibile con ipotesi di sviluppo o economia sostenibile. Pensiamo che sia essenziale sviluppare analisi e iniziativa su tutte le contraddizioni che la caratterizzano, capitale-lavoro, lavoro-ambiente, uso delle risorse, ecc.-

Pensiamo quindi che i forum locali non debbano essere luoghi sindacali o sindacati di sindacati, ma sviluppare un modo nuovo di fare politica sui temi in discussione. Questo significa fare movimento (proposte, iniziative, lotte) e cultura, utilizzando ad esempio lo strumento dell’inchiesta. L’aver infatti delegato ad esperti  o presunti tali l’analisi e riflessione sulla realtà ha formato da anni quel pensiero unico a cui ci opponiamo. E’ stato fatto l’esempio dell’università, in cui oggi il lavoro entra solo come “impresa” (es. consorzio Alenia-Università La Sapienza).

La critica a questa globalizzazione richiede la necessità di costruire alternative generali che non possono essere costruite a tavolino, ma realizzate in un processo di cambiamento attraverso una rilegittimazione piena del conflitto sociale (sono stati nominati ma non discussi i termini di “democrazia economica” o “economia sociale”).

La guerra, a cui tutti ci opponiamo, è stata analizzata non solo come strumento di “governo” politico del mondo, anche come strumento di “governo” economico, risposta all’avanzare della recessione negli USA, attraverso l’impulso all’industria bellica, al riarmo, come fonte di aumento dei profitti e dell’occupazione. Il vasto dispiegamento militare operato per i bombardamenti in Afghanistan indica la volontà di controllo su un’area fondamentale per le risorse economiche mondiali.

Molti interventi si sono concentrati sul tema lavoro – reddito e sul fatto che questa globalizzazione tende a distruggere i diritti delle persone anche in questo campo e a valorizzare sia socialmente che salarialmente il lavoro alla rincorsa di sempre minori costi per le aziende. Questo avviene sia nei paesi industrializzati, in Europa, sia nel sud del mondo.

L’aspetto più evidente di questo processo è la continua precarizzazione del lavoro, con l’uso sempre più esteso di lavori marginali, atipici, fino al lavoro interinale, gestito e distribuito da multinazionali, che è l’estrema rappresentazione della riduzione a oggetti di uomini e donne. Questo non è un processo che inizia oggi, ma è in corso da anni ed è stata citata in  esso anche la responsabilità di sinistra e confederazioni sindacali. Si tratta della più diffusa forma di lavoro che si trovano a dover accettare moltissimi giovani: esempio particolarmente significativo sono i “call center”. L’aggressione ai diritti sul lavoro si unisce alla mancanza di lavoro, anche teoricamente legittimata dalle varie ideologie sulla fine del lavoro, alla quale occorre, come hanno dimostrato ad esempio le marce europee per il lavoro, non rassegnarsi.

Il libro bianco (meglio dire nero) del Governo è uno strumento compiuto per realizzare la distruzione di diritti fondamentali e il pieno controllo dell’impresa sulle persone, attraverso l’attacco alla contrattazione e al contratto nazionale, al diritto di sciopero, quindi alla democrazia. Nel gruppo c’è chi ritiene che esso si basi anche su un uso strumentale di alcuni punti della Carta Europea e chi pensa che ne sia la traduzione. Esso rappresenta in ogni caso l’espressione del programma della Confindustria. Il suo attacco alle condizioni sociali e di lavoro è talmente preciso e forte che si ritiene che l’opposizione a esso dovrà far parte delle giornate di sciopero già programmate per il 31 ottobre (Cobas Scuola), il 9 novembre (Cub, Rdb, Slaicobas), il 16 novembre (Fiom).

La lotta per difendere i diritti qui non può essere slegata da quella per i diritti nel sud del mondo. Anche per questo contestiamo la Wto, massima istituzione (sostenuta da Fondo Monetario e Banca Mondiale) che attraverso la totale liberalizzazione dei mercati e dei capitali, e il potere senza limiti delle multinazionali, in tutti i campi produce la distruzione di diritti e  dignità umana. Importantissime, quindi, le scadenze di mobilitazione, previste in coincidenza con la sua apertura, dell’8, 9 e 10 novembre.

Ma c’è un sud anche in Italia, rapinato e senza lavoro: occorre rivolgersi alle nuove soggettività e figure sociali che vogliono aggregarsi, anche inventando nuove forme di organizzazione e definendo una piattaforma sociale. Dentro ad una riflessione più ampia di realtà meridionali la rete No global ha programmato un incontro di due giorni a Napoli su questi temi, con al centro la questione della garanzia del reddito, indipendentemente dal lavoro: punto sul quale nel gruppo c’è discordanza di opinioni.

Per la premessa fatta pensiamo che non si possa affrontare il tema di lavoro – reddito – diritti senza riferirsi più in generale alla questione di un’economia sostenibile, termine che è stato ritenuto maggiormente adeguato rispetto a quello di sviluppo sostenibile: è stato infatti rilevato che la sostenibilità è in contraddizione con l’idea di uno sviluppo senza limiti e ipotizzato che i paesi industrializzati dovrebbero bloccare il prodotto interno lordo, il che consentirebbe la possibilità di una redistribuzione delle risorse  a livello mondiale. Economia sostenibile significa anche un’economia che non è per alcune sue parti governata dalla mafia e dalla criminalità. Economia sostenibile è anche l’affermazione di beni comuni globali non privatizzabili, naturali, come l’acqua e l’aria, e sociali, come la salute e l’istruzione. Per questo si è anche parlato della necessità di riappropriazione di questi servizi sul territorio.

Il termine di economia sostenibile ha anche richiamato alla discussione il tema relativo al che cosa produrre e come, che cosa consumare e come, essendo chi lavora anche chi consuma. Per questo di consumo critico e quello di commercio equo e solidale. E’ stato inoltre affrontato il tema dell’ambiente, della limitatezza delle risorse e della necessità di un loro uso compatibile con la vita e la salute delle persone nonché di criteri legati proprio alla considerazione della loro limitatezza.

In termini di possibili iniziative, non come opinioni di tutto il gruppo, è stato proposto il boicottaggio di alcuni prodotti di multinazionali e la legge di iniziativa popolare per la Tobin Tax, proposta da Attac.

Si propone inoltre in ogni Forum locale la costituzione di un gruppo su questi temi e la costituzione di un forum aperto su internet che colleghi i diversi gruppi tematici.

 

Gruppo di lavoro FINANZIARIA SOCIALE

 

Meno spese militari, più spese sociali contro la Finanziaria di guerra, per una campagna di lotta per il reddito garantito! Rivendichiamo i nostri diritti negati: casa, lavoro, servizi sociali!

37mila miliardi di spese militari, un aumento quindi del 10% rispetto all’anno precedente, 4mila miliardi per una portaerei di cui tutti, finanche il ministro della Difesa, ne riconoscono l’inutilità, 16mila miliardi  per 1 eurofighter, miliardi e miliardi per sostenere l’acquisto di nuove armi e la professionalizazione delle forze armate e poi ancora una volta, e con sempre più ferocia, privatizzazioni, tagli alla spesa sociale, alla sanità, alla scuola pubblica e soldi a favore della privata.

Questi sono alcuni dei dati della finanziaria 2002 del governo Berlusconi che non solo rilancia ancora una volta i diktat della globalizzazione neoliberista, ma ad essi affianca e sovrappone la volontà, non solo economica, di sostenere con più forza il volto più atroce delle logiche della guerra e del terrore globale, quelle logiche che disseminano da ormai due settimane, bombe, morti e distruzione in Afghanistan.

L’aumento di quasi 4mila miliardi di spese militari, oltre alle tantissime voci di spesa nascoste nel bilancio, è la conferma di una pericolosissima tendenza, ormai costante negli ultimi anni, al di là del colore del governo, che sostiene quel perverso meccanismo di reciproco traino tra le spese militari e la guerra.

Per giustificare queste spese, per rivendicare l’appoggio alle logiche guerrafondaie di Bush, torneranno a blaterare il solito ritornello degli “impegni internazionali”.

L’ipocrisia è evidente, è la stessa ipocrisia che abbiamo denunciato a Genova contro gli 8 potenti della guerra. Da una parte il vertice G8 di Genova che per nascondere il suo fallimento e salvarsi la faccia blaterava di misure a favore della lotta alla povertà o di fondi internazionali per la lotta all’Aids, dall’altra il dato concreto di una finanziaria del governo Berlusconi, nella quale non si trova traccia di questi “impegni umanitari”.

E’ l’ipocrisia di chi, in sede Onu, prende l’impegno di destinare lo 0,7% alla cooperazione internazionale, ma poi ne investe solo lo 0,15% con modalità e principi guida a dir poco discutibili.

E’ l’ipocrisia di chi elargisce con una mano l’elemosina di venti miliardi per l’assistenza ai profughi – che in un contesto di guerra globale aumenteranno inevitabilmente – ma con l’altra mano impugna e finanzia la militarizzazione dei nostri territori, la costruzione di quattro nuovi centri di detenzione temporanea per gli immigrati.

Ma al tendenziale aumento delle spese militari e criminali corrisponde non casualmente una tendenza ormai decennale alla diminuzione delle spesi sociali.

E’ il ritornello di sempre: in  nome delle necessità di ridurre gli sprechi della spesa pubblica e di un “miglioramento” della qualità di taluni servizi meglio affidati al “privato” che al pubblico, si tagliano e si privatizzano sempre più servizi essenziali quali scuola, trasporti, sanità, e a rimetterci, ancora una volta, sono le fasce sociali più deboli, la qualità della vita, l’ambiente e il territorio, insomma l’umanità schiacciata e repressa dalle logiche del profitto.

Ecco come ora il quadro è completo: la guerra globale come strumento necessario ed inevitabile della globalizzazione neoliberista porta alla crescente depauperizzazione dei popoli del sud del mondo con il ricatto storico e quotidiano delle “bombe sulla testa”. Chiaramente i governi del nord del mondo che promuovono questa guerra devono reperire i fondi per finanziarla e questi fondi, attraverso lo strumento della finanziaria, sono recuperati dalle tasche delle classi meno abbienti degli stati del nord del mondo. Appare quindi estremamente chiaro a chi bisogna far pagare i costi della guerra.

Ma ci sarebbe un’altra possibilità: un’altra finanziaria è possibile!

Una finanziaria che si opponga alla guerra tagliando le inutili oltre che ingiuste e giganti spese militari e che al tempo stesso sposti e ristabilisca la ricchezza dalle tasche di chi ne ha già troppa a chi ne ha sempre meno.

Di soldi in verità ce ne sono anche troppi, a partire da quelle migliaia di miliardi che ogni giorno rimbalzano da una parte all’altra del mondo, da Tokyo a Wall street passando per Londra e Milano, ad inseguire le operazioni della speculazione finanziaria, che nessuno “stratega” al governo ha mai pensato realmente di “tassare”.

Hanno invece ben pensato di detassare i già ricchi e i possidenti (l’esempio della tassa di successione è lampante) tartassando le fasce sociali più deboli. In pratica si allargano le fasce di povertà, alle quali non solo si garantisce alcuna via d’uscita, alcuna prospettiva, ma solo ed esclusivamente l’elemosina.

L’istituzione del reddito minimo di inserimento, la riforma delle pensioni minime vanno in questo senso: non solo un’accentuata selezione dei possibilitati , ma anche e soprattutto il concatenamento ad uno stato permanente di miseria e di povertà.

Una soluzione realistica, in controtendenza e in alternativa alle politiche economiche neoliberiste, è la sicurezza di un reddito o di un salario per tutti, per rompere le catene del ricatto della disoccupazione e della precarietà.

A fronte di un modello produttivo che non crea più lavoro, ma nella sua crescita lo distrugge, dobbiamo porre all’ordine del giorno la necessità di una elargizione economica, sia in forma diretta monetaria sia indiretta come pacchetto di servizi gratuiti.

Non ci interessa assolutamente alcuna disquisizione sulla terminologia che possiamo adottare per definire questo strumento: reddito garantito, salario sociale, salario di cittadinanza; l’importante è invertire la tendenza dei flussi finanziari. Non più dal basso verso l’alto, ma una v era ed efficace forma di ridistribuzione di quella ricchezza sociale che noi tutti, precari, lavoratori e disoccupati, quotidianamente contribuiamo a produrre.

Siamo convinti che questa rivendicazione non potrà mai essere una gentile concessione dei nostri governanti, ma solo ed esclusivamente attraverso la costruzione  di un movimento di massa, di un processo di partecipazione e di mobilitazione collettiva, è possibile invertire la tendenza, strappare conquiste pur parziali, ma capaci di rimettere in discussione il primato del profitto. Per questo una campagna di lotta per il salario / reddito garantito non può non essere uno degli strumenti prioritari per il rilancio di questo “movimento dei movimenti”, che passa necessariamente per la riscoperta di una forte internità sociale  e di tematiche che attraversino la quotidianità delle nostre vite, dei nostri territori.

Non è un caso che questa tematica sia anche e soprattutto una domanda politica e sociale che proviene dal mezzogiorno d’Italia, sempre più martoriato dal dramma della disoccupazione, della precarietà, dell’esclusione sociale e della devastazione ambientale. Proprio per questo rivolgiamo un invito in primo luogo a tutti i social forum meridionali, ma estesa chiaramente a tutti quelli esistenti, perché il dramma della precarietà è ormai comunemente diffuso, a creare momenti di confronto, di dibattito, ma soprattutto di mobilitazione sui temi della precarietà e della garanzia del reddito.

Un primo momento di verifica, da questo punto di vista, per i social forum meridionali come per tutti gli altri, potrà essere la due giorni di discussione nazionale proposta a Napoli dalla Rete No Global campana per il mese di dicembre.

Una discussione che rimette al centro dell’attenzione il rilancio di una campagna di lotta per il miglioramento della qualità della vita, per il recupero dei bisogni sociali fuori dai tempi imposti dall’alienazione del sistema neoliberista.

Questa è solo una delle proposte, non l’unica né la migliore, che può e deve investire quest’assemblea nazionale, per dare proposte e indicazioni leggibili a tutta la società, sulle forme e i modi di costruzione di un “altro mondo possibile”, un mondo nel quale, come si suol dire, siamo tutti sulla stessa barca. Ma sulla barca c’è chi prende il sole, chi maneggia i cannoni e chi è lì a remare.

Noi rematori dobbiamo ammutinare la barca e iniziare a remare contro.

 

Gruppo di lavoro SAPERI E FORMAZIONE

 

I processi di globalizzazione producono privatizzazione dei saperi e delle conoscenze, riducendo il sapere da bene sociale pubblico di natura qualitativa a merce di natura quantitativa e direttamente vendibile sul mercato.

In questo senso vanno gli accordi Gat e Trips nell’ambito del Wto. E in questo senso va la volontà di piegare il sapere alla guerra: saperi che teorizzano e permettono di accettare la guerra come elemento strutturale dell’ordine mondiale.

Abbiamo identificato alcuni elementi concreti come effetti di tali trasformazioni. Elementi rispetto ai quali immaginiamo soluzioni e proposte anche differenti; ma che ci trovano concordi nei principi dell’autogestione e della gratuità come comuni denominatori:

-                      aziendalizzazione e privatizzazione di scuola pubblica e università;

-                      progressiva riduzione e mercificazione del diritto allo studio e dell’accesso ai saperi, a partire da letteratura, musica e cinema.

Queste stesse trasformazioni producono nuove soggettività sociali con le quali riteniamo prioritario che anche i social forum interagiscano: soggetti in “formazione permanente”, spesso lavoratori “mentali”, “immateriali”, caratterizzati dal marcato tratto della precarietà, dal furto della possibilità di poter immaginare e progettare il proprio futuro.

La commissione riconoscendo come elemento di ricchezza la diversità delle posizioni espresse, propone la valorizzazione delle istanze sociali territoriali attraverso la socializzazione di campagne differenti su cui costruire sperimentazioni e reti conflittuali nei luoghi della formazione:

-                      contro la proprietà intellettuale: no al copyright, forma di recinzione dei saperi; no alla legge che impedisce di fotocopiare i libri se non ad un prezzo triplo;

-                      contro la guerra: boicottaggio attivo contro imprese ed enti coinvolti nella guerra che finanziano l’università (ad es. la Nato che stipula progetti con decine di facoltà sul territorio nazionale, comprese Sc. Politiche e Sc. Della Formazione di Firenze; o il consorzio Alenia a Roma: Finmeccanica & Sapienza per lo scudo spaziale e la missilistica);

-                      Seminari su guerra e tecnologia; guerra e saperi.

-                      Attivare forum sociali universitari e commissioni sapere nei forum locali che coinvolgano studenti e docenti/ricercatori.

-                      Opposizione alla finanziaria di guerra che annulla le spese sociali a favore delle spese militari ed introduce ulteriori peggioramenti normativi.

La commissione infine raccoglie e rilancia le scadenze già assunte dai social forum: 31 ottobre sciopero generale della scuola e manifestazione indetta dai Cobas. 10 novembre manifestazione contro il il Wto.