Domenico Losurdo

Il ruolo degli Stati Uniti nella storia mondiale


1. Antistatalismo, individualismo, Herrenvolk Democracy

La riflessione sul ruolo degli Stati Uniti nell’età contemporanea è in qualche modo una riflessione sulla storia dell’Occidente nel suo complesso. Perché gli Usa hanno trionfato? Quali sono le caratteristiche di fondo della sua storia, della sua filosofia e della sua ideologia?

Spesso si dice che una caratteristica fondamentale degli Stati Uniti sia l’antistatalismo, l’ideologia del self-made man, cioè dell’uomo che si fa da sé, con le sue forze e in piena indipendenza dallo Stato. Si tratta, a guardar bene, di una caratterizzazione molto superficiale. Un grande studioso dell’istituto della schiavitù, lo storico afroamericano Williams, ha sintetizzato la storia degli Stati Uniti - e indirettamente dell’Occidente - in questo modo: "Dall’Africa sono stati importati schiavi per costringerli a lavorare la terra sottratta agli indios". E’ una sintesi potente e polemica, ma largamente corrispondente alla verità storica. La storia degli Stati Uniti è la storia di un paese che ha importato la sua forza lavoro da regioni collocate al di là dell’Atlantico, affinché coltivasse la terra sottratta ai nativi americani. Siamo in presenza di un fatto molto significativo: non soltanto la disponibilità della terra, ma anche la disponibilità e la configurazione della forza lavoro dipendono qui direttamente dall’intervento dello Stato. L’importazione degli schiavi, infatti, non è stata un’iniziativa meramente privata ma era regolata dalla macchina statale. In ogni caso, le successive ripetute deportazioni degli indios e le espropriazioni che rendevano disponibile nuova terra per i nuovi coloni erano decisamente misure di iniziativa statale. Da questo punto di vista, è difficile trovare un paese nell’ambito del quale l’intervento dello Stato abbia avuto un ruolo così diretto ed immediato nella configurazione dell’economia e della società.

Talvolta, parlando della storia degli Usa, si parla inoltre di individualismo, e individualismo è anche un termine che gli americani usano spesso per celebrare se stessi. Ma si tratta di una categoria che ci fa davvero comprendere la storia degli Usa? Il termine individualismo può essere definito in vari modi. Una prima definizione potrebbe essere quella secondo cui esso consiste nel riconoscere a ogni essere umano - indipendentemente dalla razza, dal censo e dall’appartenenza di genere – il godimento di determinati diritti. Rispetto a questa definizione, è evidente che l’individualismo negli Usa, se mai ha trionfato, ha trionfato solo molto tardi, perché essi sono il paese occidentale in cui l’istituto della schiavitù è durato più a lungo, protaendosi sino al 1865. Anche dopo la sua abolizione formale, poi, il destino dei neri americani continua ad essere predeterminato dall’appartenenza di razza e non certo dalle caratteristiche individuali. Siamo ancora nel 1963 quando Martin Luther King, nel suo famoso discorso, racconta di avere un sogno: il sogno di un paese in cui ogni uomo possa contare unicamente per le sue caratteristiche individuali. Poco dopo, non a caso, il leader nero venne assassinato.

Secondo alcuni autori, poi, per individualismo si deve intendere l’affermazione dell’assoluta inviolabilità della sfera privata da parte dello Stato e dell’autorità pubblica. Ma anche in questo caso è molto difficile affermare che gli Stati Uniti siano il paese dell’individualismo. Nel sud degli Usa, il divieto di miscegenetion, cioè il divieto di rapporti sessuali e matrimoniali misti fra razze diverse, ha continuato a sussistere fino agli anni Sessanta di questo secolo, ed è chiaro che questo divieto limitava la libertà non solo degli individui neri ma anche degli stessi bianchi. Se poi consideriamo l’eredità puritana degli USA, ricordiamo che essi sono stati il paese del proibizionismo, che costituisce a tutti gli effetti un’intrusione violenta e diretta nella vita privata, in forme che altri paesi capitalistici non hanno conosciuto.

Anche la categoria di individualismo, dunque, non ci fa capire molto della storia degli Stati Uniti. A tal fine, è più opportuno utilizzare un’altra categoria, che si può desumere da studiosi americani di orientamento liberal, e quindi tutt’altro che sospettabili di comunismo. Questa categoria - molto interessante sul piano epistemologico e analitico – è quella di Herrenvolk democracy, cioè di "democrazia per il popolo dei signori". Quello di Herrenvolk era un concetto molto caro a Hitler, che parlava del popolo tedesco come del popolo, della razza dei signori. Per questi studiosi americani, la storia degli Usa è proprio la storia di una democrazia che si sviluppa limitatamente ed esclusivamente riguardo al popolo dei signori. Lo storico Morgan, ad esempio, ha fatto notare che per 32 dei primi 36 anni di vita degli Usa a detenere la presidenza sono dei proprietari di schiavi. Proprietari di schiavi sono anche coloro che elaborano la Dichiarazione di indipendenza e la Costituzione (Jefferson). Ma soprattutto questi storici fanno notare che la schiavitù e la connessa deportazione degli indios giocano un ruolo fondamentale nella costruzione della stessa "libertà americana", della democrazia americana come tale. In primo luogo, l’istituto della schiavitù consente di controllare le cosiddette "classi pericolose" sul luogo stesso del lavoro, con un ferreo controllo e una ferrea disciplina. Inoltre, le successive deportazioni degli indios forniscono la disponibilità di una terra che a sua volta permette un processo di de-proletarizzazione dei bianchi e la costituzione di un ceto di piccoli proprietari agricoli. Soprattutto, però, il fatto che permanga una disuguaglianza così netta fra i bianchi da un lato e i neri e i pellerossa dall’altro, consente lo sviluppo di un certo sentimento di uguaglianza all’interno della comunità bianca. Sono sempre questi studiosi a far notare che nell’ambito della tradizione feudale europea la Camera alta viene per lo più definita "Camera dei pari". I pari sono coloro che si ritengono uguali fra di loro, ma l’uguaglianza e la parità che si stabilisce all’interno dell’aristocrazia è soltanto una faccia della medaglia, il cui rovescio è la disuguaglianza che questi pari istituiscono nei confronti dei plebei. Questa dialettica si è manifestata sul continente europeo in termini più propriamente di classe, lddove in America essa appare meno evidente perché si manifesta anzitutto in termini razziali. Si tratta, nonostante ciò, esattamente della stessa dialettica. L’uguaglianza all’interno della comunità privilegiata è semplicemente la contropartita della disuguaglianza che la comunità privilegiata istituisce rispetto a coloro che vengono esclusi.

In questo senso, gli USA costituiscono un oggetto di studio particolarmente interessante. Possiamo vedere come in questo paese la democrazia per la comunità bianca si sviluppi contemporaneamente e in modo indissolubilmente intrecciato all’oppressione a danno dei neri e dei pellerossa. E’ un fenomeno che vale per la stessa rivoluzione americana, che rappresentò un drammatico peggioramento delle condizioni degli indios e dei pellerossa. La Gran Bretagna era certamente interessata al controllo del territorio conquistato, ma essa esercitava per lo più un’attività mercantile, laddove invece i coloni che rivendicano l’indipendenza dalla madrepatria esigono la proprietà della terra. Proprio per questo, il processo di espropriazione degli indios e la loro deportazione compie un determinante salto di qualità a partire dalla rivoluzione americana. Questa rivoluzione per un verso costituisce un progresso netto e forte nell’ambito della comunità bianca, ma d’altro canto non soltanto ribadisce l’istituto della schiavitù a danno dei neri, ma segna certamente un drammatico peggioramento della condizione degli indios. Possiamo vedere in maniera lampante, in questo caso, come lo sviluppo della democrazia nell’ambito della comunità bianca vada di pari passo con la schiavizzazione e la deportazione di coloro che dai suoi privilegi sono esclusi.

Un altro periodo di grande sviluppo della democrazia americana è rappresentato dagli anni Trenta dell’Ottocento. Sono gli anni in cui Tocqueville visita questo paese e scrive La democrazia in America, celebrando il paese in cui è scomparsa la discriminazione censitaria. Il confronto svolto da Tocqueville è illuminante, ma è anche completamente falsato. Da una parte abbiamo la Francia della monarchia di luglio, in cui la discriminazione censitaria è fortissima (ad avere diritto di voto sono poche centinaia di migliaia di famiglie), dall’altra abbiamo l’America di Jackson, in cui la discriminazione censitaria è quasi cessata. A guardar bene, però, essa è cessata unicamente all’interno della comunità bianca. Non a caso, proprio Jackson è il primo presidente americano che promuove una deportazione spietata degli indios dalle loro terre. Lo stesso Tocqueville è testimone di tale deportazione, e descrive con occhio commosso una marcia forzata che comporta la morte del 25% dei partecipanti. Vediamo, dunque, come anche in questa fase storica cruciale lo sviluppo della democrazia nell’ambito della comunità americana bianca vada di pari passo non solo con la deportazione degli indios, ma persino con l’inizio della loro cancellazione dalla faccia della terra.

Il terzo importante periodo di sviluppo della democrazia americana è quello che, secondo la stessa definizione ufficiale, viene in genere chiamato "età progressista" (o progressiva). Essa va dalla fine dell’Ottocento allo scoppio della Prima guerra mondiale. Per certi aspetti, la definizione usuale sembra essere ragionevole: in questo periodo, infatti, la discriminazione censitaria viene cancellata definitivamente. Fino a questo momento, ad esempio, il Senato americano veniva eletto con votazioni di secondo grado; da adesso in poi anche questa elezione diventa diretta. Assistiamo inoltre a tutta una serie di riforme che sicuramente possiamo definire democratiche. Ma ecco presentarsi di nuovo il paradosso: l’"età progressista" non è certamente tale né per gli indios (di cui continua il genocidio), né soprattutto per i neri, perché essa costituisce piuttosto il periodo più tragico nella storia degli afroamericani. Il periodo in cui il Ku Klux Klan infuria quasi indisturbato e in cui i linciaggi dei neri diventano veri e propri spettacoli di massa.

2. Gli USA e l’Occidente

A questo punto è opportuna una precisazione. La dialettica che si verifica negli Usa non è affatto un fenomeno esclusivo di quel paese. Se essa è visibile lì in modo più diretto e immediato, quanto detto per gli USA vale in realtà per la storia dell’Occidente nel suo complesso. In Italia, ad esempio, la discriminazione censitaria è stata cancellata quasi del tutto ed è stato conseguito il suffragio maschile quasi universale solo ai tempi della guerra libica. In questa occasione, Giolitti dichiara esplicitamente che non era possibile negare il diritto di voto in patria a quei soldati che andavano a difendere gli interessi dell’Italia in terre lontane. E’ chiaro quindi che l’estensione della cittadinanza in Italia va di pari passo con una guerra coloniale che assume talvolta forme spietate. E’ quanto è accaduto, del resto, anche in Inghilterra. Nella patria del liberalismo, l’estensione della cittadinanza e del suffragio va di pari passo con le guerre di sterminio che l’Inghilterra intraprende nella seconda metà dell’Ottocento, nell’ambito della sua espansione coloniale. La logica della Herrenvolk democracy caratterizza in altre parole la storia di tutto l’Occidente. In America questo fenomeno è immediatamente evidente, perché le popolazioni coloniali sono collocate sullo stesso territorio metropolitano; per quanto riguarda il resto dell’Occidente, esso non risulta invece così clamoroso solo perché le popolazioni coloniali sono collocate in colonie propriamente dette, lontane dalla madrepatria.

Cominciamo a capire come la storia degli Usa sia per molti versi paradigmatica per comprendere la storia dell’Occidente nel suo complesso. Proprio prendendo le mosse da questi elementi, alcuni studiosi americani - che, pur sostenendo posizioni non del tutto condivisibili, forniscono comunque spunti interessanti - quando parlano della rivoluzione americana mettono fra virgolette l’espressione "rivoluzione", perché sostengono che essa sia stata in realtà una sorta di secessione reazionaria. Fra gli atti d’accusa che i rivoluzionari americani rivolgono contro Giorgio III° d’Inghilterra, uno riguarda proprio il fatto che il sovrano difende gli indios, e non concede mano libera ai coloni nella loro corsa espansionistica ad ovest. Sebbene questi storici tendano ad assolutizzarlo, si tratta di un aspetto reale. In effetti, la Rivoluzione americana può essere letta anche come una secessione reazionaria da parte di coloni che scalpitano per ottenere il controllo totale delle terre fino a quel momento possedute dagli indiani. George Washington, grande protagonista della Rivoluzione americana, è in quel momento uno degli uomini più ricchi d’America, un proprietario di schiavi e un imprenditore che ha fatto enormi investimenti all’ovest: è naturale che si voglia liberare del controllo bene o male esercitato fino a quel momento dalla corona inglese.

Considerando quanto visto finora, la storia americana si presenta dunque come una storia paradossale: i suoi due avvenimenti centrali - la guerra d’indipendenza e la guerra civile - si rivelerebbero infatti come due secessioni reazionarie, la prima vittoriosa e la seconda sconfitta. L’interpretazione della guerra d’indipendenza come secessione reazionaria può basarsi non solo sulla tragedia degli indios, ma anche sulla condizione dei neri. Mentre la Gran Bretagna abolisce la schiavitù nelle colonie nel 1833, la schiavitù negli Usa - limitandoci al piano formale - viene abolita, come abbiamo detto, solo nel 1865. Il paese contro cui insorgono i coloni americani, dunque, abolisce la schiavitù ben trent’anni prima.

3. Una rivoluzione fallita?

Tuttavia, assolutizzare questo aspetto non ci consentirebbe di capire la complessità della storia americana. Se la Rivoluzione americana propriamente detta, e cioè la guerra d’indipendenza, presenta risvolti effettivamente reazionari, per altri versi essa rappresenta un poderoso sviluppo della democrazia nell’ambito della comunità bianca. Non bisogna dimenticare che la Rivoluzione americana influirà potentemente anche nel successivo processo rivoluzionario europeo: è chiara, ad esempio, l’influenza che essa esercita sulla Rivoluzione francese, almeno nelle sue prime fasi. Alcuni dei primi protagonisti della Rivoluzione francese, del resto, sono stati in America e hanno partecipato lì agli eventi rivoluzionari. In questo senso, risulta decisamente più adeguata la categoria di Herrenvolk democracy, in quanto ci consente di vedere entrambi gli aspetti nel loro indissolubile intreccio, e cioè sia il momento dell’oppressione razziale a danno dei non bianchi, sia quello dello sviluppo della democrazia nell’ambito della comunità bianca.

Osserviamo il modo in cui si è configurato il processo rivoluzionario in America. Se la guerra d’indipendenza è una rivoluzione ma è al tempo stesso anche una secessione reazionaria, quali sono stati i momenti più alti del processo rivoluzionario negli Usa? La Guerra di Secessione si è configurata, in parte, anche come una rivoluzione abolizionista, perché al suo termine venne abolita la schiavitù. Questo non era affatto il progetto dichiarato di Lincoln. Nel resistere alla secessione dichiarata dagli stati del sud, Lincoln vuole prima di ogni cosa conservare l’unità dell’Unione. Lo storico deve però anzitutto considerare i processi oggettivi. Vediamo allora come, ad un certo punto, l’esercito dell’Unione sia costretto a far ricorso ai neri come forza militare. I neri si arruolano in massa, e diventano così una forza d’urto. Anche in precedenza, però, prima ancora di potersi arruolare, i neri spesso fuggono dal sud per andare incontro all’esercito del nord, fornendo talvolta preziose informazioni sul piano militare. In ultima analisi, possiamo dunque dire che la guerra di secessione si configura anche come una rivoluzione abolizionista. Alcuni autori addirittura ne parlano come della seconda rivoluzione americana. Una rivoluzione che in parte avviene dal basso (grazie alla partecipazione dei neri del sud alla vittoria dell’esercito dell’Unione, sia arruolandosi, sia fornendo altri servizi), ma che viene prevalentemente promossa dall’alto.

Al termine della guerra civile, inizia quello che può essere considerato il periodo più felice nella storia degli afroamericani. Subito dopo la fine delle ostilità, i neri non soltanto conquistano i diritti civili (non sono più schiavi), ma conquistano anche i diritti politici (partecipano alle elezioni, talvolta vengono eletti e talvolta svolgono persino un ruolo importante nel governo). I bianchi del nord hanno fortemente bisogno dei neri del sud per gestire la situazione politica i quei territori. Gli afroamericani cominciano così in modo consistente a far parte del ceto politico del sud, ed entrano anche negli organismi rappresentativi a livello nazionale. Questo periodo felice, però, termina nel 1877, quando i bianchi del nord e bianchi del sud procedono ad un compromesso fra di loro. Fino a quel momento, il nord aveva esercitato una sorta di dittatura militare: l’esercito dell’Unione - che conta sull’alleanza dei neri che in quel momento hanno conseguito l’emancipazione – era rimasto ad occupare il sud. In seguito al compromesso del 1877, però, se i bianchi del sud rinunceranno a mettere in discussione la supremazia del nord, insieme a quella politica protezionistica che era stato uno dei motivi della loro ribellione, i bianchi del nord concederanno nuovamente al sud il selfgovernment, l’autogoverno. Questo significava che di fatto i bianchi avrebbero potuto esercitare indisturbati la loro dittatura a danno dei neri. Siamo dunque in una fase di aperta de-emancipazione: i diritti che i neri avevano fino a quel momento conquistato, vengono perduti nuovamente uno dopo l’altro. Essi perdono i diritti politici e talvolta perdono anche non pochi dei diritti civili, dato che viene imposta una ferrea segregazione nelle scuole, nei luoghi pubblici e persino nei cimiteri. Ai tentativi dei neri di resistere, i bianchi rispondono con la formazione del primo Ku Klux Klan, e cioè di bande paramilitari che impongono una violenza extralegale. Questa fase di de-emancipazione - cioè perdita di diritti precedentemente conseguiti - durerà fino agli anni Sessanta del nostro secolo, perché soltanto allora i neri riconquisteranno i diritti elettorali che avevano perduto.

Vediamo dunque che la guerra di secessione, nella misura in cui si può anche definire come una rivoluzione abolizionista, e persino come la seconda rivoluzione americana, è una rivoluzione sostanzialmente fallita, perché l’emancipazione da essa sancita è stata conservata solo per pochissimi anni, laddove la successiva fase di perdita dei diritti si protrarrà fino agli anni Sessanta del Novecento. Fino ad allora, i neri saranno esclusi dai diritti politici e saranno sottoposti ad un regime di segregazione razziale, di apartheid, così duro da spingere alcuni studiosi americani a sviluppare delle analisi comparatistiche fra il destino dei neri del Sudafrica e quello degli afroamericani negli Usa.

Questa situazione di discriminazione comincia a cessare con il movimento per i diritti civili, a partire dai primi anni Sessanta, a cui partecipano anche alcuni bianchi. Perché il movimento dei diritti civili giunge al successo negli USA proprio in quel momento? Non si tratta semplicemente di ragioni interne. Nel momento in cui la Corte Suprema deve decidere della costituzionalità delle norme che fino a quel momento imponevano la segregazione nelle scuole, altissimi dirigenti politici membri dell’amministrazione scrivono ai giudici che la compongono, avvertendoli che se non avessero riconosciuto tale incostituzionalità, ne sarebbe andata di mezzo la stessa sicurezza nazionale degli Stati Uniti. In tal caso, infatti, gli Usa si sarebbero trovati in gravi difficoltà nei rapporti con tutto il Terzo mondo, in un momento in cui dilagava sia il processo di decolonizzazione sia la propaganda comunista. In realtà, quindi, assistiamo negli anni Sessanta allo sviluppo di una colossale rivoluzione planetaria dal basso, una rivoluzione che, cominciata con la Rivoluzione d’Ottobre, segna la fine del colonialismo. A questa rivoluzione dal basso, la classe dirigente statunitense risponde con una rivoluzione dall’alto che cancella definitivamente le norme più odiose di discriminazione a danno dei neri, al fine anzitutto di evitare che il movimento dal basso prenda piede anche negli Usa. E’ proprio questo fenomeno che spiega l’attuale configurazione della politica interna e della società americana.

4. Lo Stato razziale dagli USA al Terzo Reich

Abbiamo lasciato in ombra finora la dimensione della politica internazionale. Dobbiamo ancora spiegare come mai gli Usa siano diventati la potenza egemone non soltanto dell’Occidente, ma a livello planetario. Dobbiamo ritornare a tal proposito alla fine dell’Ottocento, cioè al momento in cui la rivoluzione abolizionista si rivela fallimentare. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, gli Usa, assieme forse al Sudafrica (che però a partire da un certo periodo è parte integrante della Gran Bretagna), rappresentano il primo e l’unico modello di Stato razziale presente sulla terra. E’ uno Stato fondato esplicitamente sulla razza, in cui si manifestano simultaneamente l’apartheid a danno dei neri (che viene esplicitamente teorizzato da Theodore Roosevelt quando mette in guardia i bianchi dal pericolo del suicidio razziale) e il genocidio a danno degli indios, perpetrato in modo talvolta esplicito (vedi le dichiarazioni dello stesso Roosevelt nel 1904, che praticamente teorizzano il genocidio).

Non c’è dubbio che il nazismo si sia ispirato a questa America. Il primo modello di Stato razziale perseguito da Hitler è proprio lo Stato razziale in quel momento esistente negli Stati Uniti d’America. Tale affermazione può sembrare una provocazione, dato il conformismo oggi dilagante, e però in realtà quale altro modello di Stato razzista era concretamente presente alle spalle del nazismo? In effetti, vediamo sia Hitler che i gerarchi nazisti richiamarsi esplicitamente al modello americano. Quando Hitler invade l’Europa orientale per costruirvi il suo impero coloniale, egli dichiara in modo aperto che bisogna seguire il modello della conquista del Far West. Ripetutamente, nelle sue conversazioni a tavola, Hitler afferma che il suo Far West è in Europa orientale. Parla delle popolazioni della Polonia e dell’Unione Sovietica come degli indigeni dell’Europa orientale, come i pellerossa dell’est, ai quali va riservato lo stesso destino riservato agli indios americani. Già nel 1930, del resto, Alfred Rosenberg (uno degli ideologi del nazismo, processato a Norimberga e poi impiccato), in quello che è diventato un testo di riferimento fondamentale del nazismo, il Mito del Ventesimo secolo, esprimeva tutta la sua ammirazione per l’America: "Questo splendido paese del futuro ha avuto il merito di formulare la felice nuova idea di uno Stato razziale. Idea che adesso si tratta di mettere in pratica con forza giovanile mediante espulsione e deportazione di negri e gialli". L’idea di Stato razziale viene dunque esplicitamente desunta dagli Stati Uniti d’America. D’altro canto, se vogliamo tracciare una storia delle bande fasciste, in questa storia possiamo inserire anche il Ku Klux Klan. E’ noto che ci siano stati rapporti fra KKK e nazismo, e tuttora negli Usa il KKK dichiara talvolta di voler diffondere l’idea della nazione ariana.

5. Missione ed egemonia planetaria

Non capiremmo però come mai gli Stati Uniti siano giunti ad essere il paese egemone se non tenessimo conto anche di un altro elemento. Se da una parte gli aspetti più orribili dell’ideologia dello Stato razziale vengono ripresi dalla Germania hitleriana, non dimentichiamo che un’altra ideologia si comincia a sviluppare già subito dopo la guerra di secessione. La guerra di secessione ricopre un’enorme importanza anche dal punto di vista della politica internazionale degli Usa, perché da questo momento questi possono finalmente sviluppare fino in fondo la propria idea di "missione". L’ideologia della missione americana non poteva rafforzarsi appieno fintanto che gli Usa apparivano screditati dinanzi all’opinione pubblica internazionale per via dell’istituto della schiavitù. L’abolizione della schiavitù consente ora di dispiegare questa idea di missione, la quale comincia a manifestarsi con grande forza già nel 1898, con la guerra ispano-americana per il controllo di Cuba e delle Filippine. In questo periodo, gli Usa sviluppano una significativa ideologia. Nella dichiarazione di guerra degli Usa alla Spagna viene detto che quanto la Spagna sta perpetrando "in un’isola a noi così vicina", rappresenta addirittura "una disgrazia per la civiltà cristiana". Emerge dunque una nuova ideologia della guerra che, insieme all’idea di guerra di religione, di guerra santa (la Spagna viene in un certo senso scomunicata dalla cristianità), intreccia anche una considerazione di natura geopolitica (il riferimento all’"isola a noi così vicina" si richiama alla dottrina Monroe).

Alla fine della guerra, le Filippine diventano una vera e propria colonia degli Stati Uniti. E’ particolarmente interessante vedere il modo in cui viene motivata la loro annessione. Il presidente degli Stati Uniti riferisce di essere stato a lungo tormentato dal pensiero di cosa fare di queste isole: egli si faceva scrupoli a renderle colonie, e però da un lato non voleva di certo lasciarle ai concorrenti (Francia e Germania), dall’altro riteneva che il popolo filippino non fosse adatto all’autogoverno. Egli conclude, allora, raccontando di aver avuto un’illuminazione direttamente da Dio: "non ci restava nient’altro che mantenere le Filippine, che educare i filippini innalzandoli, civilizzandoli e cristianizzandoli e con l’aiuto di Dio fare il nostro meglio per loro come nostri fratelli".

Ancor più interessante è vedere quello che gli Usa fanno con Cuba. Bisogna annettere l’isola caraibica o no? L’aspirazione all’annessione di Cuba attraversa tutta la storia degli Usa. Alla fine, però, essa non viene realizzata per il semplice fatto che vi risiedono troppi neri. Dice l’allora segretario di Stato Platt: "il progetto di annessione può e deve essere abbandonato. In considerazione della sua razza e delle sue caratteristiche, il popolo cubano non può essere da noi facilmente assimilato... La sua presenza nell’ambito dell’Unione sarebbe un fattore di estremo disturbo". In un momento in cui dilaga la caccia ai neri scatenata dal KKK, accogliere degli altri neri nel territorio metropolitano avrebbe comprotato senz’altro dei gravi problemi. Ma, naturalmente, non era neppure il caso di concedere a Cuba l’indipendenza propriamente detta. Dopo una guerra sanguinosa da entrambe le parti, Cuba si proclama indipendente e si dà una Costituzione. Gli Usa dichiarano allora che riconosceranno l’indipendenza dell’isola alla condizione che nella Costituzione venga inserito il cosiddetto "emendamento Platt", che prevede che Washington possa legittimamente intervenire a Cuba ogni qual volta lo ritenga necessario per mantenere l’ordine pubblico.

Si assiste dunque a un evento eccezionale - evidenziato sia dagli storici che dai politologi – che costituisce una tappa decisiva nella costruzione dell’ideologia americana della missione: con la rinuncia all’annessione coloniale propriamente detta (come accade invece per le Filippine), Cuba diventa formalmente indipendente; essa però è costretta a riconoscere nella sua stessa Costituzione il primato degli Usa e il loro diritto a intervenire ogni volta che lo riterranno necessario. Pochi anni dopo, nel 1904, Theodore Roosevelt - che abbiamo già visto teorizzare il genocidio degli indios - reinterpreta la dottrina Monroe e dichiara che gli Usa hanno un potere di polizia internazionale in tutto il continente americano.

Se vogliamo capire la storia del Novecento, dobbiamo capire i tre grandi progetti che se ne contendono il campo: il progetto leniniano, che mira alla dissoluzione totale del colonialismo e dell’imperialismo; il progetto hitleriano, che pretende di riprendere l’idea di white supremacy e di farla valere a livello planetario, ricollegandosi agli aspetti peggiori della storia americana; infine, quello americano in senso stretto, che ha poi trionfato nel nostro secolo e che ha cominciato a prender corpo proprio a partire dalla guerra del 1898-1900. E’ un progetto in cui, accanto a considerazioni geopolitiche, possiamo scoprire presente una vera e propria ideologia della guerra di religione, della guerra santa, che surroga la rinuncia ad un dominio coloniale diretto del pianeta.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, negli mondo degli affari americano si diffonde una grande preoccupazione per il destino dei prestiti concessi all’Inghilterra. Quando gli Usa intervengono in guerra, il presidente Wilson - che pure per quanto riguarda l’America latina continua a sostenere fino in fondo la dottrina Monroe - riesce a preentarsi come il leader di un movimento di emancipazione planetario, e dichiara che l’intervento americano contro la Germania è addirittura una guerra santa, "la più santa di tutte le guerre". Questa ideologia si protrae fino ai nostri giorni. In occasione del suo primo mandato presidenziale, Clinton ha dichiarato: "l’America è la più antica democrazia del mondo e proprio per questo il nostro compito è di guidare il mondo e la nostra missione è senza tempo". In occasione del discorso inaugurale del secondo mandato, poi, Clinton – che naturalmente tace completamente sulla sorte dei neri e degli indios - ha ringraziato Dio di averlo fatto nascere americano.

Risposte ad alcuni quesiti

Il Ruolo della religione puritana e di quella cattolica nel destino dell’America del Nord e dell’America latina.

Il grande storico inglese Toynbee sostiene che il genocidio degli indios nell’America del nord è stato più completo che non in America latina proprio per una questione di religione: i puritani, avendo alle spalle anzitutto la tradizione vetero-testamentaria, si sono completamente identificati con il popolo eletto. In tal modo, essi hanno identificato l’America con la Terra promessa da Jaweh, mentre hanno identificato gli abitanti originari dell’America con gli abitanti di Canaan, che nel Vecchio Testamento vengono sterminati per lasciare il suolo della Terra promessa agli Ebrei. Il puritanesimo quindi, secondo Toynbee, avrebbe giocato un ruolo nettamente negativo nel rapporto dei bianchi con gli indios.

Ci si può chiedere, poi, in quale misura la religione abbia giocato un ruolo nel rapporto fra bianchi e neri. Sembra che anche in questo caso il puritanesimo abbia giocato un ruolo nettamente negativo. Il divieto di miscegenation, ad esempio, in America del Nord è stato mantenuto ben più rigorosamente che in America latina. Probabilmente, l’identificazione con il popolo eletto ha reso più facile l’accettazione del divieto di miscegenation con coloro che a tale popolo sono estranei.

Se vogliamo poi considerare il diverso sviluppo economico dell’America del Nord e dell’America latina, infine, dobbiamo tener presente che nell’America del Nord giungevano dall’Inghilterra coloni interessati a risiedere stabilmente sul territorio, mentre dalla Spagna giungevano quasi soltanto nobilotti interessati ad una rapina i cui frutti sarebbero poi stati consumati sul territorio metropolitano.

Utilizzo dell’immigrazione per ridurre il costo del lavoro.

Abbiamo detto che la storia degli Usa è la storia di un paese che importa non solo gli schiavi, ma tutta la sua forza lavoro da territori collocati al di là dell’Atlantico. Subito dopo la guerra di secessione, e quindi dopo l’abolizione formale della schiavitù, vengono importati dall’India e dalla Cina i cosiddetti coolies, che svolgono in pratica il ruolo di schiavi a tempo. Sono costoro che costruiscono - in condizioni di lavoro semi-servili - la ferrovia che collega l’Atlantico e il Pacifico. Naturalmente, nei confronti degli immigrati orientali attecchiscono tutta una serie di pregiudizi e discriminazioni. Nel 1882, per esempio, viene emanato un atto di esclusione a danno non di tutti gli immigrati, bensì solo di quelli provenienti dalla Cina. Gli antisemiti austriaci e tedeschi della fine dell’Ottocento si richiameranno esplicitamente a questo precedente, auspicandolo quale modello della politica dei loro paesi nei confronti degli immigrati ebrei, che in quel momento si muovevano in massa dalla Russia zarista e dalla Polonia.

E’ chiaro, quindi, che le successive ondate di immigrati sono andate ad occupare i segmenti inferiori del mercato del lavoro, subendo di conseguenza tutte le discriminazioni connesse a questo tipo di attività.

Contraddizione fra l’impegno "internazionalista" di Wilson e politiche razziali.

Il presidente Wilson proviene dal sud degli Usa, e si porta dietro un pesante carico di razzismo anti-nero. Egli, ad esempio, introduce l’apartheid negli uffici federali. In occasione del trattato di pace di Versailles, quando i rappresentanti giapponesi chiedono che venga inserita nel trattato, e poi anche nel documento costitutivo della Società delle Nazioni, una dichiarazione contro ogni discriminazione razziale, Wilson si opporrà e farà fallire l’iniziativa. Non bisogna dimenticare, poi, che proprio Wilson, che pure aveva proclamato il principio dell’autodeterminazione dei popoli, è stato uno dei presidenti americani che più frequentemente sono intervenuti in America latina.

L’Onu e gli organismi internazionali

Quando Theodore Roosevelt, nel 1904, comincia a teorizzare la legittimità di un potere di polizia internazionale, sembra far riferimento a più dottrine Monroe, cioè alla presenza di più sfere di influenza concomitanti. Egli dichiara che come gli Usa hanno un potere di polizia internazionale in tutto il continente americano, così altri paesi hanno un loro potere di polizia internazionale in altre aree. In questo momento, quindi, pare esserci una sorta di pluralità di dottrine Monroe. Abbastanza presto, però, in particolare a partire dallo scoppio della Prima guerra mondiale, gli Usa cominciano a sviluppare un’ideologia "internazionalista". Questo termine, che tradizionalmente rinvia al movimento comunista, oggi in realtà è stato sequestrato o comunque fatto proprio dagli americani. L’internazionalismo diventa la contestazione del principio della sovranità nazionale, messo in discussione in primo luogo per tutta l’America latina con la dottrina Monroe. Per fare un esempio dello stravolgimento subito dall’idea e dal termine internazionalismo, ricordiamo che recentemente un editoriale del Washington Post lodava in modo caloroso Menem, il presidente argentino, che aveva dato prova di illuminato internazionalismo appoggiando la guerra del Golfo!

A partire dalla Prima guerra mondiale, gli USA hanno pensato all’istituzione di organismi internazionali che esprimessero la loro egemonia a livello planetario. Quando si discusse della fondazione della Società delle Nazioni - che fu fortemente voluta e promossa da Wilson -, una parte consistente dell’opinione pubblica americana si oppose all’adesione degli Usa. Una delle ragioni di tale opposizione era questa: se la Società delle Nazioni doveve avere, almeno in teoria, il ruolo di una sorta di governo mondiale, che ne sarebbe stato della dottrina Monroe? In che modo gli Usa avrebbero potuto ancora rivendicare il continente americano, l’emisfero occidentale, come propria sfera di influenza esclusiva? L’Inghilterra e la Francia, pur di spingere gli Usa ad entrare, dichiararono esplicitamente che la dottrina Monroe non era in contraddizione con l’istituzione della Società delle Nazioni. Questo principio venne poi ribadito per iscritto nello statuto della Società. Uno statuto che, oltretutto, prevedeva in modo esplicito l’istituto del "mandato", in base al quale "le potenze più civili si assumono il sacro compito di condurre gli altri popoli verso la civiltà". Sulle basi della teoria del mandato inizia ad esempio la tragedia del Medio Oriente: fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il Medio Oriente è parte dell’impero Ottomano. Dopodiché - nel frattempo è stata scoperta l’importanza del petrolio -, Inghilterra e Francia si appropriano di Siria e Irak. Per ironia della storia, Wilson viene sconfitto e gli Usa non aderiscono alla Società delle Nazioni. Nonostante ciò, questa ideologia "internazionalistica" comincia a prendere piede in forme sempre più estreme.

In un certo senso, si può dire che la storia del Novecento sia la storia del duello fra l’ideologia di Lenin e l’ideologia di Wilson: è quanto dimostrano sia l’episodio dell’emendamento Platt, sia le vicende della Società delle Nazioni e, in seguito, quelle dell’istituzione e dell’organizzazione delle Nazioni Unite. Attualmente gli USA non riescono a controllare del tutto l’Onu, pur aspirando a farlo e impegnandosi in ciò sino allo spasimo. Con la guerra del Golfo, ad esempio, ci sono riusciti in maniera egregia proprio facendo leva sull’ideologia "internazionalista" di cui abbiamo parlato. Ricordiamoci del fatto che, fino al 1991, secondo i teorici del nuovo ordine internazionale non avrebbero dovuto esistere più le guerre, le quali si sarebbero piuttosto chiamate "operazioni di polizia internazionale". Se anche gli Usa, per adesso, non sono ancora riusciti a controllare completamente l’Onu, di fatto assistiamo ad una quotidiana campagna "internazionalistica", in base alla quale essi hanno stabilito la loro egemonia a livello planetario.

Potenza atomica.

Gli Usa hanno usato l’arma atomica contro il Giappone alla fine della Seconda guerra mondiale. In seguito, in Vietnam hanno usato il napalm e, secondo alcuni, in Corea avrebbero usato anche armi batteriologiche. La storia della guerra fredda inizia con due avvenimenti estremamente significativi. Il primo è appunto il bombardamento atomico del Giappone. Secondo molti storici, proprio questi bombardamenti, più ancora che la fine della Seconda guerra mondiale, rappresentano l’inizio vero e proprio della guerra fredda: era ormai chiarissimo che il Giappone fosse al collasso e disposto alla resa, e dunque quelle bombe furono in realtà utilizzate come avvertimento nei confronti dell’Unione Sovietica.

Il secondo avvenimento è meno noto. Nel corso della Seconda guerra mondiale, i giapponesi hanno fatto uso di armi batteriologiche in Cina e hanno persino utilizzato prigionieri cinesi per esperimenti di vivisezione. Alla fine della guerra, come in Europa si è svolto il processo di Norimberga, un processo analogo si è svolto contro i crimini di guerra commessi in Asia: è il processo di Tokio, che ha visto sul banco degli imputati i giapponesi. Questo processo presenta però una caratteristica peculiare: prima ancora che inizi, gli Usa promettono e assicurano l’impunità all’unità giapponese che si era resa responsabile degli esperimenti sui prigionieri cinesi e della guerra batteriologica in Cina, in cambio della cessione di tutto il tesoro di conoscenze che questa unità aveva accumulato mediante l’attività di guerra batteriologica e gli altri esperimenti.

Non c’è dubbio, quindi, che la guerra fredda inizi con due minacce: una minaccia atomica e una minaccia batteriologica.

Conflitto di classe - conflitto razziale.

Nell’interpretare la storia della colonie inglesi in America prima e degli Usa poi, non dobbiamo contrapporre razza e classe, ma dobbiamo vedere come una medesima dialettica si manifesti in forme diverse in Europa e al di là dell’Atlantico. In altre, parole, si tratta di non cadere nell’errore commesso da Tocqueville. Come abbiamo già detto, Tocqueville muove da una comparatistica a prima vista assai illuminante: nei primi anni del secolo scorso, la Francia, che pure è stata il paese della rivoluzione, è in quel momento il paese della monarchia di luglio, in cui soltanto i proprietari hanno il diritto di voto. In America, al contrario, la discriminazione censitaria non c’è più, dice il liberale francese. In realtà, come abbiamo visto, essa è ben presente ma si manifesta in forma diversa, e cioè come discriminazione razziale. E’ talmente vero che si tratta in fondo della stessa discriminazione, che anche Tocqueville fa notare come, almeno nel sud degli Usa, l’idea di lavoro si confonda con l’idea di schiavitù e con l’idea di razza nera. Ad essere esclusi dai diritti politici, cioè, sono proprio coloro che lavorano. Vediamo così che, almeno nel sud degli Usa, non sussiste una grande differenza fra discriminazione razziale e discriminazione censitaria. Dobbiamo dunque tener conto del carattere unitario di una dialettica che si manifesta in forme diverse.

Capacità dimostrata dagli Usa di assorbire nel sistema le varie ondate migratorie.

Per comprendere sino in fondo la categoria di Herrenvolk democracy bisogna tener conto che la definizione di "uomo bianco" manifesta dei confini abbastanza labili. Benjamin Franklin, ad esempio, alla vigilia della rivoluzione che darà origine agli Usa, procede ad una sorta di descrizione dei diversi popoli, affermando che quelli che lui chiama gli americani sono i più bianchi, mentre già gli spagnoli sembrano non essere "sufficientemente bianchi". Negli anni Settanta del secolo scorso comincia a diffondersi un’importante tematica, quella della "grande catena dell’essere". Alcuni ideologi descrivono il creato come una piramide, una gerarchia: al vertice c’è dio, poi gli angeli, poi i bianchi… sino a giungere - via via sempre più degradando - ai neri e alle scimmie. Franklin interpreta questa catena come una catena del colore al cui vertice ci sono i bianchi, mentre man mano che la carnagione diventa meno bianca si va verso la barbarie.

La categoria di bianco, quindi, non ha confini netti e definiti. E’ una categoria talvolta dichiaratamente ideologica. Quando scoppia la rivoluzione bolscevica, ad esempio, Oswald Spengler, che è un grande autore reazionario tedesco, dichiara che con la Rivoluzione d’Ottobre la Russia ha gettato via la sua maschera bianca e che i bolscevichi fanno ormai parte della popolazione di colore della terra. In effetti, non a caso essi partecipano attivamente alla rivoluzione anticoloniale. Parlando di Herrenvolk, quindi, dobbiamo pensare alla comunità dei privilegiati, del popolo eletto, che coincide in larga parte con i bianchi, ma dobbiamo al contempo tener presente che questa comunità dei bianchi può essere intesa di volta in volta in senso più largo o più ristretto. Possono cioè avvenire processi di cooptazione al suo interno, così come processi di espulsione.

La tragedia degli Usa è sempre stata la difficoltà di creare una coscienza di classe su scala nazionale, che abbracci le diverse comunità. Ricordiamo un episodio. Fino alla guerra di secessione, gli irlandesi venivano trattati negli USA con grande intolleranza. Allo scoppio della guerra, Lincoln fu costretto a procedere alla coscrizione obbligatoria: ecco che ad insorgere, a New York, furono soprattutto gli irlandesi. Essi però non si ribellarono soltanto contro la coscrizione obbligatoria, ma anche perché molti di loro si rifiutavano di morire per salvare degli "sporchi negri". E’ chiaro dunque che il frazionamento etnico della forza lavoro importata rende estremamente complesso il formarsi di una coscienza di classe più o meno unitaria ed omogenea.

Espansionismo e isolazionismo degli Usa.

La tendenza all’espansionismo si manifesta già al momento della costituzione degli Usa, al momento della guerra d’indipendenza. E’ significatvo che alcuni dei protagonisti di questa guerra interpretino il movimento che stanno dirigendo come una translatio imperi, cioè un trasferimento del luogo del potere da Londra a Washington. D’altro canto, le spinte espansionistiche sono immediatamente evidenti: prima di tutto per ciò che riguarda i territori da sottrarre agli indios, e in secondo luogo perché Jefferson pensa già a Cuba, mentre molti altri uomini politici pensano al Canada come territorio da annettere agli Usa.

Per quanto riguarda l’isolazionismo, invece, bisogna stare attenti a non recepire l’ideologia dominante. Se per isolazionismo si intende un movimento antimperialista, si è completamente fuori strada. In realtà, sia espansionismo che isolazionismo sono facce di una stessa medaglia. Se si muove dal presupposto che esistano una razza superiore e delle razze inferiori, due sono le conseguenze che se ne possono trarre: o si affida alla razza superiore il compito di civilizzare le razze inferiori (si assume cioè il "fardello dell’uomo bianco", per dirla con Kipling, il quale usò questa espressione proprio riferendosi alla politica degli Usa in rapporto alle Filippine), oppure si mette in guardia la razza superiore dal pericolo di contaminazione apportato dalle razze inferiori. Ne deriva dunque, contemporaneamente, da una parte la preoccupazione di conservare la purezza etnica, dall’altra una preoccupazione espansionistica: si tratta però delle due facce della stessa medaglia. Nel corso della guerra ispano-americana, ad esempio, nell’opinione pubblica USA non sono pochi coloro che vorrebbero l’annessione di Cuba; ad opporsi c’è invece soprattutto il sud, che deplora l’immissione di nuovo sangue nero nel cuore dell’Unione.

In ogni caso, l’isolazionismo non rappresenta di certo un fenomeno democratico o caratterizzato in senso antimperialista. In un primo momento, gli Usa assunsero un atteggiamento isolazionista anche nei confronti dell’Europa, sia in occasione della Prima che della Seconda guerra mondiale. In questi casi è interessante verificare le variazioni dell’ideologia sottesa al comportamento americano. Prima dell’intervento nella Prima guerra mondiale, nel 1917, gli isolazionisti americani sostenevano ad esempio che con quel conflitto l’Europa manifestava ancora una volta il proprio carattere barbarico. Quando gli interventisti, capeggiati da Wilson, riescono a prendere il sopravvento e viene deciso l’intervento, ecco che barbari diventano soltanto i tedeschi!

E’ dunque esattamente lo stesso processo di razzizazione che talvolta conduce ad esiti isolazionistici e talvolta ad esiti espansionistici/interventisti ("internazionalistici" nel senso che abbiamo detto). E’ facile a questo punto capire quanto della "coscienza missionaria" degli Usa derivi dalla tradizione puritana: il tanto vantato exceptionalism della storia americana è in realtà nient’altro che la traduzione laica dell’idea di popolo eletto del Vecchio Testamento.

I movimenti di opposizione.

Il primo grande movimento di opposizione nel corso della storia americana è rintracciabile in quella rivoluzione abolizionista in cui, in ultima analisi, sfocia la guerra di secessione. Anche alla vigilia di questa guerra, poi, era presente negli USA un vasto movimento abolizionista, di ispirazione sostanzialmente religiosa, con un forte carattere democratico. Tale movimento giunge ad un certo punto a condannare l’intera storia degli Usa e la stessa Costituzione americana. Agli occhi di questi abolizionisti, la Costituzione appare come una sorta di "patto col diavolo" - ricordiamo la forte connotazione religiosa di questi autori -, perché vi viene consacrata la schiavitù dei neri (nella Costituzione non si parla mai di schiavi, ma soltanto di "uomini liberi" e del "resto della popolazione").

L’altro grande movimento a cui è necessario far riferimento è quello per i diritti civili, che coinvolge anche alcuni settori della società bianca. Questi abolizionisti costituiscono una corrente democratica di cui bisogna tener conto, perché rappresentano una costante nella storia degli Usa, il cui impegno passa per l’opposizione alla guerra del Vietnam e giunge fino all’opposizione alla guerra del Golfo.

Per qualche tempo, infine, anche i comunisti hanno svolto un ruolo non trascurabile nella lotta contro la segregazione razziale.