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Crisi del welfare: possibili risposte di Marco Revelli, a cura di Lella Bellina, prima parte (bozze non riviste dall'autore)
Per proseguire nel lavoro di riflessione iniziato con la presentazione del libro 'Appuntamenti di fine secolo', Convenzione per l'Alternativa ha promosso, l'11 gennaio scorso, un incontro con Marco Revelli sul tema dello stato sociale di diritto come questione di fondo della demoscrazia. Nello scorso numero abbiamo pubblicato il resoconto integrale della discussione con Ingrao, Agostinelli e Petrella, e ci siamo impegnati a dare continuità a questo tipo di ricerca 'riportandola' per quanto possibile, sulle pagine del nostro mensile. L'11 gennaio, all'introduzione di Franco Calamida ed alla relazione di Marco Revelli, sono seguiti gli interventi di Pizzinato, Cuomo, ed altri che sottolineavano o ponevano quesiti su alcune quetioni accennate nell'introduzione. Non tutti gli interventi sono stati registrati, non potendovi quindi proporre una letture integrale della serata, pubblichiamo l'introduzione di Marco Revelli e alcuni brani tratte dalle sue conclusioni. Relazione Oggi siamo ad un punto di rottura tra due cicli non solo economici ma sociali e storici, tra due età. Non siamo solo alla fine del Novecento, ma al termine di una serie di processi di lungo, lunghissimo periodo che colpiscono in modo particolare i fondamenti della sinistra. Dal 1945 fino agli anni 70 la sinistra, nelle sue due anime, socialdemocratica e comunista, è stata egemone. In quella fase la destra, che pure sosteneva interessi realissimi, era in qualche modo spiazzata dal successo strategico del modello della sinistra novecentesca. Oggi stiamo vivendo la crisi di quel modello: il salto di paradigma, la svolta per certi versi epocale che stiamo attraversando, va a colpire in modo particolare i pilastri di quella egemonia della sinistra, mettendo per certi versi fuori gioco l'identità che la sinistra ha assunto nel corso di questo secolo. Il primo pilastro era costituito dal modello della produzione di massa, il modello complesso del fordismo, basato sulla grande fabbrica meccanizzata, sulla produzione standardizzata di massa di generi di consumo durevole, che aveva nella concentrazione e nella centralizzazione produttiva il proprio asse strategico e che si coniugava strettamente con l'operatività sociale dell'idea di sviluppo. In questo modello la crescita dell'industria, la crescita del capitale industriale si accompagnava con una crescita non proporzionale ma parallela dell'occupazione, della base produttiva, determinando un circolo virtuoso. Nulla è stato regalato nel novecento, tutto è stato conquistato con lotte estenuanti, ma comunque quel modello conteneva in sè la promessa di uno sviluppo sociale, la promessa della produzione di un surplus all'interno della sfera produttiva, che poteva essere speso, e per certi versi doveva essere speso in mediazione sociale. Il kejnesismo è stato questo, la scoperta di una dimensione conflittuale tra capitale e lavoro che poteva essere trasformata in circolo virtuoso se finalizzata allo sviluppo simmetrico dell'una e dell'altra grandezza. All'origine del compromesso socialdemocratico, che matura negli Stati Uniti negli anni 30 e in Europa nell'immediato dopoguerra, c'era l'operatività di questo circolo virtuoso e l'idea dello sviluppo come categoria che poteva permettere contemporaneamente la soluzione del problema dell'accumulazione capitalistica la soluzione della questione sociale, la possibilità di tenere insieme in modo dinamico, in una ipotesi di conflitto e negoziazione, queste due dimensioni. Ralf Dahrendof, per lungo tempo il mito dei buonisti, dei miglioristi, sostiene, nel saggio 'Quadrare il cerchio', che in realtà non viviamo nel migliore dei mondo possibili ma stiamo danzando sull'abisso, che oggi la sinergia tra benessere, integrazione sociale e democrazia (che erano state tenute insieme non automaticamente, ma dinamicamente e conflittualmente nel corso del novecento) si è rotta; che lo sviluppo tecnologico tende a produrre disgregazione sociale, la democrazia tende a non essere più funzionale al mercato e allo sviluppo; che, soprattutto, lo sviluppo dell'industria non si accompagna allo sviluppo della società, non alimenta legame sociale ma tende a dissolverlo. Lo avevano già detto sia Hegel che Marx, ben prima di Dahrendof, che in qualche modo nel capitalismo l'economia si scinde dalla socialità, la logica dell'economia si deresponsabilizza rispetto alla logica dell'integrazione sociale, lo sviluppo del capitale non aggrega ma distrugge legami. Oggi lo stiamo verificando con drammaticità, per effetto di due processi paralleli e tra loro sinergici, la rivoluzione tecnologica e la rivoluzione organizzativa, che convergono tra loro nel porre la riduzione dell'occupazione come obiettivo strategico dei processi di reingegnerizzazione, di riorganizzazione della produzione. L'ultimo libro di Jeremy Rifkin, 'La fine del lavoro', mi sembra utilissimo: non dice niente di straordinario o nuovo ma contiene una grande quantità di dati e informazioni che ci parlano di una distruzione su scala allargata di posti di lavoro in rapporto non ad una crisi degli investimenti, ma al tipo ed alla destinazione degli investimenti che vengono fatti.. La teoria dei sociologi concilianti, di chi sosteneva che l'automazione nei settori tradizionali era destinata non a limitare l'occupazione ma a rilanciare altra occupazione nel terziario e nei settori di tecnologia avanzata è negata dai fatti: negli Stati uniti i disoccupati sono oggi 16 milioni, un paio di milioni in più che all'inizio degli anni 30 quando al crisi si manifestò in forma catastrofica; in Europa si aggirano sui 17 milioni, nel mondo sono circa 800 milioni. Questo è il primo elemento che mette in scacco la strategia della sinistra, che in fondo ha affrontato e risolto parzialmente nei paesi ricchi la questione sociale grazie al carattere a somma positiva determinato dallo sviluppo che viene oggi messo in discussione. L'altro pilastro dell'identità della sinistra messo in discussione riguarda il tema della crisi dello stato. Lo stato è la grande scoperta delle sinistre novecentesche, più egeliane che marxiane, che hanno identificato nella macchina statale lo strumento pressocchè unico per intervenire e correggere il deficit di socialità che la società produceva, il deficit di socialità del mercato. In fondo tutto l'armamentario strategico e organizzativo della sinistra novecentesca ha ruotato intorno allo stato: il partito di massa, ma anche il partito di quadri si è plasmato e costruito ad immagine e somiglianza dello stato, ne ha assunto le stesse scansioni, le stesse ripartizioni territoriali: il Comitato Centrale che sostituisce il Parlamento, le Federazioni, le Sezioni, insomma, la struttura verticale burocratico formale dello stato. Il partito di massa era uno stato nello stato che serviva appunto per trasferire le energie liberate dal conflitto sociale all'interno della megamacchina che serviva a plasmare la società. Questa esigenza di razionalizzazione della società in forme di equità, a partire dalla struttura dello stato, si incrociava, correva parallela, in qualche caso si identificava con tendenze analoghe sul versante capitalistico. Quello che Kautsky e Lenin fanno sul versante del movimento operaio Keynes lo fa sul versante del capitale: la scoperta dello stato come strumento per correggerne le tendenze intrinseche alla crisi, per dare razionalità al ciclo economico, come strumento per operare la mediazione sociale. L'operazione riesce perchè per tutto questo secolo c'è stato un relativo equilibrio tra dimensioni dell'economia e dimensioni della politica. In fondo il capitale nella sua logica economica opera su un raggio territoriale che è esattamente quello della politica: il mercato nazionale. Per tutto il novecento lo spazio della politica e lo spazio dell'economia coincidono, sono strutturati per territori nazionali. Le grandi industrie hanno un mercato nazionale, ogni paese ha le proprie industrie simbolo, leader, che rappresentano il capitale nazionale sullo scacchiere internazionale. Questo attribuisce allo stato un forte potere di controllo propria ricchezza. Formalmente è rispettato il principio della sovranità dello stato, intesa come un potere che non riconosce nessun altro potere al di sopra di sè. I governi nazionali sono per molti versi governi sovrani, per una prima fase in modo conflittuale, per una seconda in modo più virtuale. L'epoca della guerra fredda segna un primo vulnus di questa idea sovranità. La sovranità di ogni stato deve piegarsi alla logica della sfera di influenza entro cui si muove, anche se dal punto di vista delle dinamiche economiche per certi versi questa sovranità si mantiene: i poteri economici sono certo in grado di determinare le politiche dello stato, ma lo stato può esercitare un qualche tipo di sovranità sulla propria ricchezza nazionale, quindi può definire le politiche economiche che erano poi modelli di mediazione tra le classi. Dall'inizio degli anni 70 in poi, da quando Nixon messo alle corde dalla guerra in Vietnam e dalla crisi della finanza pubblica americana sgancia il dollaro dall'oro, si rompe il sistema monetario nazionale. Da allora, all'inizio lentamente, in modo invisibile, poi in modo più accentuato lo spazio dell'economia si dilata sempre più dal punto di vista produttivo e finanziario. Infatti tutti i processi di ristrutturazione produttiva degli anni 80 e dei primi anno 90 sono anche processi di transnazionalizzazione della produzione: i grandi gruppi industriali tendono a delocalizzare quella che in termine tecnico viene chiamata la catena del valore, cioè i diversi segmenti del ciclo produttivo, dal designer, al marketing, all'assemblaggio, etc, in una molteplicità di territori, di stati nazionali, facilitati dalla rivoluzione tecnologica da una parte, dalla rivoluzione dei trasporti dall'altra, e dalla rivoluzione telematica, cioè dalla possibilità di integrare il sistema delle informazioni in spazi molto ampi. Da questo momento in poi le imprese sono in grado di andarsi a cercare le condizioni produttive più adatte segmento per segmento (il tipo di forza lavoro, di salario) sapendo di avere come territorio disponibile il pianeta intero. Se facessimo l'analisi della provenienza geografica delle migliaia di componenti di una Fiat Punto ci accorgeremmo che oggi un prodotto industriale complesso come un'auto incorpora pezzi che provengono da tutto il mondo costruiti da forze lavoro geograficamente e socialmente eterogenee: da chi lavora per mille dollari al mese, chi lavora per trenta dollari al mese. Come controlla lo stato nazionale una piovra di questo tipo? Ormai l'impresa si muove in uno spazio che è fuori dalla portata dell'autorità dello stato nazionale, per quanto riguarda la produzione concreta di merci. Figuriamoci per quanto riguarda il capitale finanziario, la pura forma denaro, quella che Negropon- te definirebbe riducibile in bit, in segnali che circolano in tempo reale, con la velocità della luce, sulla rete globale, che sono ovunque ed in nessun luogo. Su Liberal è apparso un articolo assai interessante. Chi l'ha pubblicato tendeva ad usarlo in funzione di una politica radicalmente liberista, in realtà ci lancia segnali estremamente inquietanti. In questo articolo è documentato il rapporto tra il volume di scambi quotidiano che avviene su quella piazza affari globale che è ormai il circolo della Borsa, e le quote di capitali controllate dalle diverse banche centrali: mentre fino a pochi anni fa il rapporto era di 1 a 20, cioè le grandi banche centrali, i governi controllavano una quota di ricchezza finanziaria venti volte superiore a quella dei mercati, ormai ogni giorno si scambiano, sulle piazze finanziarie globali, circa due milioni e mezzo di miliardi di lire (che sono l'equivalente del debito pubblico italiano che si muove in sole 24 ore) e il rapporto tra la quantità di capitale finanziario che si sposta nel mondo e quello controllato dall'insieme di tutte le banche centrali è di 2 a 1. Ormai nessuno stato, nemmeno il governo degli Stati Uniti, è in grado di resistere alla spinta di questi capitali che cercano investimenti di breve e brevissimo termine, cercano profittabilità immediata e quindi si localizzano sull'uno o sull'altro territorio non sulla base di un calcolo strategico, ma su base predatoria. E su questa base ricattano i singoli governi. L'idea stessa di sovranità nazionale è saltata, lo stato non è più sovrano perchè non controllando più la propria ricchezza, è costretto a riconoscere gli innumerevoli poteri che muovono i capitali. La dichiarazione 'i mercati pretendono una finanziaria di un tipo e non di un altro' non è altro che la rinuncia alla possibilità e capacità dello stato di operare mediazione sociale, di progettare equilibri sociali, società giuste per rimettersi a quella nuova forma di divinità inconoscibile i cui progetti sono imperscrutabili, che è la logica dei mercati. Questa situazione, va a colpire le basi stesse della moderna concezione dello stato, della giuridicità, del fondamento stesso dell'obbligo politico. Lo stato moderno, anche lo stato assoluto, si è basato sull'idea di contratto. E' Hobbes il capostipite della moderna teoria dello stato basata sull'idea contrattualistica: il potere politico è il prodotto di un libero patto consapevolmente stretto tra i cittadini i quali rinunciano a quote più o meno ampie delle loro prerogative naturali per ottenere in cambio sicurezza. Di qui nasce il costituzionalismo, la giuridicizzazione dei rapporti sociali in tutto il mondo civile. La nuova situazione va a colpire al cuore l'idea stessa di negozialità e di contratto; il nuovo stato non nasce come il prodotto di un libero patto ma nasce con logica di impresa, si comporta come un potere economico, come una unità economica che deve competere sul mercato globale con gli altri stati, con le altre unità economiche, per accaparrarsi quote più o meno ampie di ricchezza finanziaria, offrendo in cambio repressione, caduta delle garanzie, disponibilità della forza lavoro, detassazione, rinuncia alla fiscalità, etc. Oggi assistiamo alla crisi, non più di una forma di stato, ma dello stato moderno che si era costituito sulla base dell'idea del consenso. Oggi ciò che tiene unite le comunità è la necessità, la paura: stiamo insieme come i naufraghi sulla stessa zattera, sperando che il vento soffi più forte,cioè che i mercati ci aiutino di più, seguendo la rotta che questi ci chiedono. é chiaro che in una situazione di questo tipo la destra ha più armi, le diverse destre hanno più armi. Quello a cui ci troviamo di fronte in Italia è il contrasto tra diverse strategie, di differenti destre, di gestione dello smantellamento del precedente paradigma. Una destra tecnocratica, la destra incarnata da Dini, la destra di Mediobanca, della FIAT, di Agnelli, delle grandi famiglie che intendono smantellare il vecchio sistema di garanzie concordandolo con una parte del vecchio ceto politico e con quello che rimane delle organizzazioni del movimento operaio; e dall'altra parte una destra populista, aggressiva, che invece punta a coagulare per certi versi gli esclusi del vecchio patto socialdemocratico (le masse dei disoccupati, una parte di plebe meridionale) con i prodotti di sfascio del modello economico precedente (pezzi di lavoro autonomo, la piccola e media impresa), gli esclusi del vecchio patto industrialista e socialdemocratico, un una logica di rottura istituzionale, di sfondamento e di egemonia su settori popolari caduti fuori dalla rete delle garanzie. Ma in questo quadro sono presenti contraddizioni violente, forti, perchè i processi di disgregazione dei vecchi equilibri creano disagio sociale, ma anche disponibilità alla mobilitazione. Oggi emergono soggetti nuovi, diversi da quelli su cui tradizionalmente la sinistra aveva fatto leva, che entrano in rotta di collisione con i processi in corso, ed insieme emerge uno zoccolo duro della società che resiste, che pratica una logica di difesa dei propri interessi collettivi e di affermazione di contenuti solidaristici forte. Accade in Francia, nei paesi dell'Est, negli Stati Uniti, in settori di lavoro salariato pubblico e privato. Noi dovremmo cominciare a coniugare la difesa, laddove è possibile, di tutto ciò che è possibile, e insieme immaginare sortite in avanti, uscite da questo paradigma, verso processi di autorganizzazione, verso la scelta di relazioni che non accettino il dominio della forma merce, ma che invece pratichino con forza la costruzione di nuovo legame sociale. Credo che questo sia un terreno di sperimentazione, molto maggiore di quando oggi possa sembrare, purchè in qualche modo passi l'idea che politica può essere coniugata non solo con statalità, ma può essere anche l'operare collettivamente, l'aggregarsi sul fare. Crisi del welfare: possibili risposte di Marco Revelli, a cura di Lella Bellina, seconda parte (bozze non riviste dall'autore)
Dalle conclusioni Le due destre Ricordavo nella relazione l'esistenza di due destre in Italia: la destra tecnocratica, un concentrato di poteri (finanziario, industriale, dell'informazione) privo di una base di massa e la destra populista, fascistizzante, con una sua forma partito, una struttura, una base, e, soprattutto, con un progetto di gestione diretta delle masse. Il pericolo che la destra populista, cavalcando il tema della sicurezza, possa trovare consensi tra gli insediamenti sociali tradizionali della sinistra è estremamente reale. La destra tecnocratica è costretta invece ad usare una sorta di alleanza, di patto, di accordo, con una parte della sinistra, che gli garantisce il volano di quella base di massa che non ha. Leggo in quest'ottica la vicenda del sostegno al governo Dini: i progressisti sono una sinistra confusa, in crisi, una sinistra sconfitta, come tutti noi, ma rischiano di costituire una protesi, una sorta di sostegno che fornisce un volano di massa alla destra tecnocratica, a quei poteri, parte del precedente patto democratico, che oggi in qualche modo si ripromettono di gestire in forma politicamente meno traumatica la transizione e la liquidazione del patto socialdemocratico. Non è detto che queste due destre non si alleino, perchè la dinamica degli interessi e degli affari predomina sulla metafisica delle identità politiche. Anche la destra tecnocratica è portatrice di un'idea di liquidazione del vecchio modello di democrazia italiana, che era una democrazia piena, di partiti competitivi a centralità parlamentare, infatti si propone di spostare il baricentro del modello democratico dall'istituto parlamentare all'esecutivo e si ripromette forme di concentrazione del potere. Il decisionismo, l'ipotesi di un accordo sul rafforzamento del maggioritario e sull'elezione diretta del capo del governo rappresentano il punto di mediazione tra queste due destre che rischia di coinvolgere una parte della sinistra. Sarebbe estremamente grave se, in paese come l'Italia, si aprisse la strada a ulteriori forme di personalizzazione del potere che assumerebbero inevitabilmente un carattere bonapartistico. Valore delle lotte difensive e di resistenza Il problema irrisolto che abbiamo di fronte, messo in evidenza da Pizzinato nel suo intervento è : attraverso quali percorsi organizzativi e politici è possibile ricostruire pezzi di strategia della sinistra, in un momento in cui, a causa della frammentazione del lavoro e dell' aumento del grado di alienazione, le logiche di pura difesa segmento per segmento radicalizzano le contraddizioni all'interno dello stesso mondo del lavoro? Questo non significa che dobbiamo buttare a mare l'idea di resistenza e difesa. Credo che sia un limite grave della cultura del movimento operaio quello di snobbare l'idea della lotta difensiva e della resistenza, e di considerare una lotta che non anticipi in qualche modo elementi di futuro di per se stessa negativa, condannata all'inesistenza. Se poi guardiamo alla storia del movimento operaio nelle sue transizioni storiche, scopriamo che è stata fatta per una parte da lotte difensive. Erano lotte difensive quelle dei luddisti inglesi: quelle lotte, condotte nella fase aurorale dell'industrializzazione da gruppi di lavoratori privilegiati, (i tessitori) che difendendo la propria 'economia morale', il proprio statuto etico che si era formato al di fuori di una pura mercificazione del lavoro, hanno prodotto elementi di coscienza, di cultura, di identità, di solidarietà che hanno costituito per certi versi il carburante identitario con cui i nuovi operai salariati hanno letto la loro condizione ed hanno costruito il loro sistema morale. Allo stesso modo in cui le lotte degli operai di mestiere negli Stati Uniti tra il 1910 al 1920 contro l'introduzione del taylorismo, (che forse erano lotte contro il senso della storia, perchè il taylorismo era inarrestabile) hanno avuto uno straordinario significato politico, culturale, etico, hanno prodotto i quadri, i valori, i miti con cui poi i nuovi operai massificati delle fabbriche fordiste hanno inventato il loro essere contro. Pur sapendo che in queste lotte non si racchiudono l'alfa e l'omega del processo sociale, pur riconoscendo le loro insufficienze, sbaglieremmo se le liquidassimo come irrilevanti o insignificanti dal punto di vista sia di una elaborazione di strategia sia di una azione pratica. L'esperienza francese Senza negare i limiti dei contenuti rivendicativi, credo che l'esperienza francese sia interessante per il tipo di soggetti che ha messo in movimento e per il tipo di processi sociali e culturali che ha rivelato. I soggetti che si sono attivati sono al centro del nuovo modello produttivo, sono in qualche modo soggetti privilegiati: i ferrovieri francesi hanno una condizione normativa e sindacale straordinariamente migliore di quella dei residui lavoratori di linea della Renault, o del nuovo sottoproletariato precario che entra marginalmente nei nuovi cicli produttivi, sono forti, organizzati, sono in grado di rispondere e non sono isolati, sono stati in grado di comunicare con il resto della popolazione. In quella situazione avrebbe potuto esplodere il conflitto tra diritti dei consumatori e diritti dei produttori, tra diritti dei cittadini e diritti dei lavoratori ma questo conflitto potenziale è stato superato Nella sospensione del normale funzionamento parigino, sono maturate forme interessanti di lotta e solidarietà: dai lavoratori dell'elettricità che offrivano energia ai quartieri popolari a prezzo ridotto, ai cittadini che ricevevano gratuitamente il cibo, o l'assistenza, o un passaggio per muoversi nella città paralizzata. E' emersa insomma una società civile che si autorganizza solidaristicamente e che invece di contrapporsi agli scioperanti produce legame sociale, in questa Europa che pareva dominata in modo assoluto dall'individualismo e dal pensiero unico. Mi pare un dato interessante su cui riflettere, se vogliamo ripensare una linea strategica. Il terzo settore tra stato e mercato Il novecento ha risolto il rapporto tra statalizzazione e socializzazione (e non era scontato che fosse cos“) nel senso della riduzione della socialità alla statalità: ha identificato nello stato l'unico possibile detentore del potere di creare socialità, in contrapposizione all'egoismo individualistico del mercato. Oggi questa si rivela una strada sbarrata, che ci ha portato sull'orlo del baratro: compiutamente statalizzata, la socialità rischia di dissolversi insieme allo stato. Ma quella intrapresa non era l'unica via possibile, e sbaglieremmo se continuassimo a ripetere l'errore di identificare statalità e socialità, di contrapporre lo stato come unica forma della socialità, al mercato come unica forma dell'individualismo. Tra la socialità gestita dalla burocrazia impersonale e l'interazione tra gli uomini dominata dall'interesse individuale, c'è una terza sfera su cui hanno lavorato tanto gli antindividualisti francesi, che in un libro molto bello 'Lo spirito del dono' hanno costruito anche un modello teorico: al tipo di legame sociale, o di asocialità che produce il mercato, ed al tipo di legame autoritario che produce lo stato viene contrapposto il tipo di legame domestico, amicale, solidaristico, che fa parte della sfera originariamente dei rapporti familiari, nei quali però si esprime un'idea della cooperazione diversa che non ha come scopo l'utile immediato, ma ha come scopo il fare insieme. Ecco perchè io contrapponevo prima l'idea del produrre all'idea del fare. In qualche modo la dimensione del fare va recuperata, come fare gratuito, in cui il fine sia il piacere della cooperazione e non l'utile che che se ne può trarre, il salario che se ne può ottenere o la merce che si può scambiare. Bisogna scoprire un territorio nuovo di rapporto all'interno del quale domini la logica del fare gratuito o comunque del fare che ha come fine non la produzione di merci ma la produzione di rapporti sociali. Mi rendo conto che questa dimensione rischia di contrapporre alla globalità immensa del raggio d'azione del capitale la dimensione microscopica dei nostri rapporti, e sarebbe un errore se noi pensassimo di poterci liberare dal dominio di un capitale globale fuggendo nell'infinitamente piccolo. Ma non credo che sia questo il punto, oggi abbiamo di fronte il problema di costruire una società civile globale, una rete di rapporti non dominati dai flussi finanziari e non mediati dalla forma della merce capaci di travalicare i limiti degli stati nazionali, i limiti che la politica ha posto. Non so come si possa costruire una sfera di relazioni tra gli uomini che non sia dominata dal profitto, ma l'idea del terzo settore non è idea di pochi visionari del volontariato, nè un'idea esclusivamente delle associazioni cattoliche, ma è un'idea su cui si stanno muovendo in modo massiccio anche i grandi poteri finanziari ed economici (la Fondazione Agnelli ha dedicato un convegno impegnativo su questo) che si rendono conto che l'ordine sociale a livello nazionale e mondiale non può essere più garantito dal funzionamento selvaggio del mercato nè dall'autorità degli stati, perchè oggi questi due strumenti sono insufficienti anche dal punto di vista capitalistico. Non è solo il progetto della sinistra e del movimento operaio che è saltato, è una situazione che crea disordine anche sul versante del capitale stesso, e l'idea di entrare con capitale finanziario nella rete del terzo settore, delle attività autorganizzate, del volontariato, è un'idea che sta marciando. Sarebbe opportuno che la sinistra gli dedicasse almeno la stessa attenzione che le dedica il capitale. L'interdipendenza dei mercati del lavoro: Faccio un esempio, che è solo un esempio, non un programma: l'interconnessione dei mercati del lavoro, e la competizione per certi versi mortale tra segmenti diversi di forza lavoro impegnati nello stesso ciclo produttivo-capitalistico, crea un problema che richiede una risposta. Una possibile risposta, di tipo protezionistico, è l'idea di alzare nuovamente barriere protettive in modo tale da preservare livelli salariali ed occupazione. Sarebbe devastante ed estremamente pericoloso. Ma anche l'immobilità è grave. Perchè i sindacati non si organizzano per istituire una sorta di mutua garanzia contro la violazione dei diritti della forza lavoro da qualunque parte del mondo questa si manifesti? All'inizio del 900 i sindacati di mestiere americani avevano inventato la pratica del Label, che era una sorta di marchio di garanzia che attestava che le merci erano prodotte da forza lavoro qualificata e garantita dal sindacato. Era una logica difensiva ed anche, per certi versi discutibile, ma era una forma di controllo sindacale sull'uso della forza lavoro. Perchè non lanciamo noi l'idea del label sociale che garantisca che i lavoratori che hanno prodotto merci, componenti di merci, che vengono importate, lavorano 8 ore, e non 12 o 16, ricevono paghe salariali superiori e non inferiori ai minimi salariali concordati? Perchè in qualche modo non organizzare un meccanismo di vigilanza perchè i diritti sociali siano tutelati in tutto il mondo, non attraverso lo strumento repressivo dello stato (cosa impossibile), ma attraverso l'appello alla solidarietà, al senso civile? Questo sarebbe un modo di dare al concetto di cittadinanza e diritti sociali un contenuto che altrimenti rischia di rimanere spaventosamente astratto. Presidiare i diritti Sono molto diffidente quando vengono usati termini come 'diritti civili' e 'diritti sociali', soprattutto perchè la sinistra li ha scoperti nel momento in cui sono venute meno sia le aggregazioni sociali, sia le garanzie dello stato. L'idea dei diritti civili e sociali sta in piedi solo se questi diritti vengono garantiti da una autorità dello stato, o se vengono presidiati da un soggetto collettivo. Dobbiamo ridare sostanza a questi termini e quindi creare una coscienza globale, una possibilità di verifica globale delle capacità di presidio di questi diritti che altrimenti rimangono pura ideologia e configurano, profilano, quella sinistra virtuale che è destinata ad essere spazzata via dalla destra reale.
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