Appunti sulla crisi dello Stato Sociale, prima parte

di Piero Barcellona

L'intervento tenuto dal Presidente del Centro per la riforma dello Stato
alla Camera del Lavoro di Milano

 

1 Le ragioni della crisi dello Stato sociale.

Ho l'impressione che rispetto ai problemi della riformabilità dello Stato sociale, e della sua crisi, è diffusa tra noi una sorta di impostazione colpevolizzante, quasi che lo Stato sociale italiano stia andando in pezzi, perchè l'abbiamo costruito male, perchè siamo corrotti, perchè siamo inefficienti. Ritengo che ci sono state inefficienze, c'è stata corruzione, ma che il problema vada posto su altre basi, altrimenti non usciamo dal circolo vizioso. Diffido da ogni tentativo di rilanciare l'etica del lavoro quasi a riconoscere che in fondo se le cose vanno male, ciò è dovuto al 'lavativismo', specie nel pubblico impiego. A me sembra normale che il lavoro dipendente non sia grandemente motivato. In generale in tutta l'area del lavoro la motivazione a lavorare oggi è diminuita non solo nel pubblico impiego. Il lavoro ha finito di essere un connotato di identificazione qualitativa della persona. Diventa sempre più un fatto precario, insignificante, vissuto male. In questo contesto fare appello ai rigore etico, mi sembra fuor di luogo. Dobbiamo avere una prospettiva diversa. La prima questione è che lo Stato Sociale italiano non è nè peggiore, nè migliore di altri, è una delle versioni dello stato sociale che si sono sperimentate nell'Occidente europeo. Certamente ci sono alcune connotazioni specifiche. Bisogna distinguere tra le forme di stato sociale istituzionalizzato, che cioè si strutturano in una serie di istituzioni, e quelle residuali, cioè quelle che affidano allo Stato il compito di intervenire sulle congiunture economiche sfavorevoli attraverso forme di sussidio e assistenza (tipicamente residuale è lo Stato Sociale Americano). Gli Stati sociali europei sono strutturati nel senso che la solidarietà è istituzionalizzata. Nell'ambito di questa classificazione ci sono esperienze di Stato sociale a egemonia operaia e esperienze di Stato sociale a egemonia borghese. La nostra esperienza di Stato sociale non è certamente a egemonia operaia, come in genere è accaduto nelle democrazie scandinave, giacchè, per ragioni storiche complesse, la costruzione dello Stato sociale è stata opera del ceto politico dirigente di estrazione medio-borghese. Questo ha determinano la forma assistenziale e i meccanismi dell'inclusione, che sono stati in gran parte gestiti attraverso il clientelismo. Ciò tuttavia non è sufficiente a spiegare la crisi, perchè questa conclusione ci porterebbe di nuovo a un atteggiamento sbagliato: l'idea dell'arretratezza italiana. Se stiamo sempre ad inseguire un modello esterno che già è in crisi nei paesi a cui facciamo riferimento siamo fuori tempo. In realtà, il mutamento delle culture ed i nuovi orizzonti tecnofinanziari che hanno segnato, già a partire dalla prima metà degli anni settanta (e, in accelerazione, nel corso degli anni ottanta) la morfogenesi dei sistemi economici e sociali dell'Occidente capitalistico, non hanno comportato soltanto la caduta dei sistemi c.d. di socialismo reale, ma profonde trasformazioni nell'immaginario collettivo ancor prima che sul terreno più propriamente economico produttivo: precisamente l'istituzione dell'immagine del 'mercato globale' e della singolarità senza legami sociali. Contemporaneamente a tale processo di erosione è, infatti, deperito quell'insieme di valori di istituzioni e di pratiche che aveva consentito in Occidente, sulla base del c.d. compromesso socialdemocratico, forme di intervento (normativo e redistributivo) dello Stato e della spesa pubblica volte ad assicurare prestazioni e sicurezze per fasce sempre più numerose di cittadini, in misura corrispondente alla postulata crescita lineare dello sviluppo, della produzione e dell'occupazione. Di quella forma di Stato e di organizzazione sociale, in realtà, oggi poco o nulla resta sulla scena, sia nelle forme di produzione e di vita delle società occidentali, sia nelle istituzioni e nelle forme politiche delle nuove società che si affacciano sul terreno della competizione capitalistica. E' venuto meno il paradigma di cultura e di pratica, allo stesso tempo economica sociale e politica, al centro del quale stava la c.d. fabbrica fordista. Un paradigma che significava una specifica capacità di organizzazione e di disciplinamento del lavoro e di incremento della produzione, ma che produceva altresì l'aggregazione di grandi masse di lavoratori, che, per tale via, acquistavano la coscienza collettiva di poter condizionare il potere dell'impresa. Un paradigma che, perciò, generava uno specifico nesso tra crescita della produzione e crescita del'occupazione e dell'organizzazione operaia, consentendo una pratica di relazioni tra imprese e sindacati, in forza della quale ciascuna delle parti poteva legittimamente atteggiarsi a rappresentante generale del lavoro e dell'intero mondo produttivo. Un paradigma, inoltre, che attribuiva allo Stato una funzione di promozione del benessere economico collettivo, che ne legittimava il potere di intervento sia sul terreno direttamente produttivo, per favorire e per indirizzare le scelte del capitale privato, sia sul terreno della distribuzione del sovrappiù verso domande e bisogni altrimenti non soddisfatti dal mercato e dall'iniziativa privata. Il declino del mondo della fabbrica fordista lascia privo di 'sostanza' tutto quel mondo di soggetti e di culture. Partiti e Sindacati celebrano oggi i loro riti nel crescente fastidio e, persino, di gran parte dell'opinione pubblica che non oli riconosce più la funzione di soggetti della trasformazione e del progresso (sulla quale esistono ancora le carte costituzionali figlie dell'epoca keynesiana). Mentre il dissolvimento dei luoghi tradizionali del conflitto fra 'lavoro' e 'capitale' consente soltanto una rappresentazione 'virtuale' dell'impresa (sempre più punto di intersecazione di relazioni che corrono sulla rete della comunicazione telematica) la pratica della solidarietà, ispirata e diretta dallo Stato si svuota progressivamente di ogni significato pratico, a mano a mano che l'ideologia e la pratica della c.d. privatizzazione generalizzata distrugge gli strumenti di potere economico (le imprese ed i servizi pubblici) e di legittimazione morale che avevano consentito ai alimentare la solidarietà sociale con la spesa pubblica e la spesa sociale. In questo nuovo scenario del mercato globale, si compie il declino dei paradigmi ideali e delle parole chiave che avevano segnato la storia della sinistra europea di questo secolo per la affermazione dei c.d. .diritti sociali. Intesi sia come espressione della cittadinanza attiva del potere collettivo di partecipazione alle decisioni sugli 'affari comuni' (attuata essenzialmente attraverso l'azione organizzata in partiti, sindacati, associazioni, etc.), sia come insieme di pretese per ottenere l'attribuzione di una quota di ricchezza nazionale da fruire per il soddisfacimento di bisogni altrimenti non soddisfatti dal mercato (dalla istruzione, alla cura della persona, dal tempo libero alla pensione).

2 I fattori di crisi: globalizzazione e post-fordismo.

Il problema della crisi dello Stato sociale, infatti, è una crisi generale della forma politica e statale attraverso cui l'Occidente ha sviluppato un certo rapporto tra momento produttivo e momento sociale. Questi aspetti generali bisogna averli presenti, altrimenti non siamo in grado di rispondere non solo alla domanda perchè lo stato sociale è in crisi, ma non siamo neanche in grado di rispondere alla domanda più seria sulle prospettive e rischiamo di avvilupparci in una contraddizione spaventosa. Da un lato, infatti, chiediamo efficienza, dall'altro, non appena l'efficienza significa tagli alla spesa pubblica, siamo i primi a protestare con la conseguenza di restare impigliati nel conflitto tra chi è protetto in qualche modo e chi non è protetto affatto. Vediamo quali sono questi fattori diciamo di crisi mondiale dello Stato sociale come forma. Il primo è questo fenomeno della globalizzazione, che non è soltanto il fenomeno dei listini di borsa, ma di un diverso rapporto tra economia e Stato, diverso da quella che abbiamo sperimentato. Che vuol dire globalizzazione? Intanto il formarsi di questa impresa transnazionale che è qualcosa di più potente e qualitativamente diversa dall'impresa multinazionale: è unÕimpresa a rete costituita da infiniti segmenti flessibili e relativamente autonomi. L'impresa a rete è un sistema di connessioni che abbracciano un intero ciclo produttivo. La caratteristica di questa forma d'impresa è il controllo dell'intero ciclo libero da vincoli territoriali che sottrae il potere economico ai possibili condizionamenti politico-nazionali. Ad esempio il ciclo alimentare oggi è completamente sottratto al controllo politico-statale nazionale. Il controllo del ciclo alimentare si realizza con la gestione di innovazioni tecnologiche, dei rapporti fra scienza, sapere e capitale, a un livello che noi non riusciamo neanche a rappresentare, e che attraverso le bio-tecnologie dà vita alla produzione dei prototipi alimentari. Attraverso i prototipi alimentari si governa l'intero ciclo alimentare. Tutte le produzioni del mediterraneo sono uscite dal mercato perchè non rispondono ai prototipi alimentari. Attraverso il controllo delle bio-tecnologie la globalizzazione ha sostanzialmente espropriato la capacità produttiva locale, determinando una scissione totale tra la formazione dei bisogni (che vengono manipolati) e i mezzi per soddisfarli. Altro esempio, il sistema dei trasporti. Il sistema dei trasporti è un altro ciclo, il ciclo del movimento di merci e persone, controllato dall'impresa a rete. Dall'inizio alla fine, il sistema dei trasporti prende la merce o il passeggero a casa, e li immette nella grande catena dei trasporti. Il sistema a rete controlla il movimento spaziale, in tutte le fasi, dall'agenzia fino al luogo di arrivo e all'albergo dove alloggeremo. E tutto questo avviene controllando la gestione dell'innovazione di procedimento. E' sufficiente il 'programma' per avere in mano tutto. Basta cambiare il programma dei computers che sono collegati a questa rete per sconvolgere l'assetto dei vari segmenti. Questo determina la debolezza e la subalternità di tutti i segmenti parziali di questo ciclo produttivo, dislocati nei vari territori, e viceversa, l'indipendenza del sistema centrale di comando della rete transnazionale rispetto alle localizzazioni nazionali. Se un segmento diventa troppo costoso, si sposta da un territorio all'altro. Questo sconvolgimento dei poteri economici ha il suo riscontro nel ruolo delle grandi istituzioni sovranazionali finanziarie e monetarie che sono l'interfaccia dei sistemi di rete. Secondo punto. Questo tipo di organizzazione dell'impresa modifica profondamente l'organizzazione del lavoro. Ci sono tante riflessioni sul postfordismo, alcune sono descrittive, alcune ideologiche, alcune inadeguate, ma una cosa è certa il lavoro è parcellizzato, flessibile, a domicilio, precario, variabile, etc. La nuova forma del lavoro incide non solo sulla posizione individuale del lavoratore, ma sulla consapevolezza collettiva di fare parte di 'qualche cosa' che comunque potrebbe organizzarsi e dar vita a un contropotere. Il fatto non è soltanto economico, riguarda gli aspetti di autorappresentazione, cioè del modo in cui si rappresenta il lavoratore in un ciclo con queste caratteristiche. Si rappresenta come facente parte di un collettivo, o viceversa, è indotto da tutto ciò a rappresentarsi come individuo singolarizzato? Qui interviene la terza considerazione. La rappresentazione del lavoratore è una rappresentazione sempre più singolarizzata, in cui ci si sente sempre meno appartenenti ad un gruppo. Non dobbiamo certamente fare un discorso nostalgico sulla catena di montaggio, però indubbiamente la catena di montaggio rendeva visibile una presenza collettiva in un luogo di lavoro, una massa che poteva acquisire una consapevolezza del suo essere un'entità non riducibile al singolo. C'è chi è convinto che (il postfordismo con) l'informatizzazione offre una potenzialità, giacchè produce un rovesciamento del rapporto tra domanda e offerta, nel senso che in- formatizzando anche il consumo, il consumatore è in grado di influire sulla domanda, e ciò chiede la personalizzazione del prodotto e tutto questo mobiliterebbe le risorse cognitive dell'operaio e lo farebbero diventare meno subalterno e meno alienato rispetto alla catena di montaggio. Sono convinto che non è così, e che il monopolio dell'offerta, in realtà, non viene modificato dall'informatizzazione giacchè è vero che c è una spinta alla personalizzazione del prodotto, (che chiama in causa certamente una parte del personale più qualificato in grado di elaborare le domande che arrivano), ma l'ambito delle scelte è sempre il prodotto di base, ad es. l'automobile. Non è vero che con il sistema informatizzato si determina una nuova sovranità della società sulla produzione e sul consumo. Sono convinto, inoltre, che l'informatizzazione del processo produttivo riguarderà fasce molto ristrette e lascerà fuori mercato settori ancora più ampi della popolazione e avrà un'incidenza geografica selettiva fortissima perchè i costi dell'informatizzazione della produzione richiedono una ricaduta di profitti enormi. Ora voi pensate, per esempio, alle imprese dell'America Latina: sono certamente fuori da queste possibilità. Probabilmente anche nel Mezzogiorno è difficile che ci siano risorse di capitale per informatizzare le attività produttive (e poi quali?) Una quarta considerazione. Un mutamento non è mai solo economico, è sempre economico, ideale, rappresentativo. Abbiamo sottovalutato il senso, il significato profondo dell'offensiva neoliberista dal punto di vista dell'immaginario collettivo che è stata devastante. I film che ho occasione di vedere sono film in cui sempre più si rappresenta l'inimicizia tra l'individuo e il suo vicino di casa, l'individuo e la sua compagna di vita, l'individuo e il suo amico. La singolarizzazione dell'immaginario tende ad attaccare gli affetti, qualsiasi legame sociale e tende a rappresentare l'individuo singolarizzato, atomizzato e senza legami. Il movimento operaio, la sinistra hanno rappresentato invece, il primato del collettivo dell'appartenenza, dell'essere gruppo etc. etc. Secondo me se non facciamo una critica di questo neo individualismo, non riusciremo a riproporre la questione della solidarietà. In America si sta discutendo molto su questo. Questo neoindividualismo impoverito, narcisistico, debole di chi oramai non ha un'autorappresentazione integrata di sè, che non è sicuro della propria identità, muove alla ricerca di soddisfazioni deboli, di consumi futili, etc. Cono convinto che i grandi cambiamenti umani non avvengono a partire dall'economia. Sono convinto che i cambiamenti umani sono legati alle 'immagini' attraverso cui noi ci rappresentiamo reciprocamente e all'immagine di mondo che costruiamo insieme. Questa immagine, questo significato nucleare è qualche cosa che si estende e abbraccia le diverse articolazioni: quella economica, quella sociale, quella politica. Su questo voglio insistere. Perchè se restiamo fermi all'economia ricadiamo poi in una trappola. L'economia e competitività tra giganti, tra grandi aree e se si accetta questo 'dato' si deve accettare di discutere il costo di lavoro, il sistema della previdenza, il sistema della sanità. La coperta è piccola e non riesce a coprire tutto il corpo.

 


 

Appunti sulla crisi dello Stato Sociale, seconda parte

di Piero Barcellona

L'intervento tenuto dal Presidente del Centro per la riforma dello Stato
alla Camera del Lavoro di Milano

 

3 La rivoluzione della forma di comunicazione.

Secondo me la grande rivoluzione che è avvenuta riguarda, invece, la forma della comunicazione, i contenuti della comunicazione. La rivoluzione informatica è la rivoluzione di fine secolo. Un passaggio d'epoca simile al passaggio dal mondo della oralità al mondo della scrittura. Questo paragone ci dà il 'segno'. La scrittura certamente non è un fatto economico, non si può dire che sia stata inventata per ragioni economiche. Eppure è stata una svolta cruciale: si è aperta una frattura fra le forme della comunicazione. Possiamo verificare questa affermazione. Il rapporto con i nostri figli è ancora espressione del mondo dell'oralità cioè, di una comunicazione che non è trasmissione di parole o di proposizione, ma anche di emozione, di sentimenti, di paure, di affetti. Il mondo orale è il mondo della incarnazione delle parole in cui non c'è definizione; non si dà la definizione del 'bene' ma si trasmette l'esperienza dell'uomo buono, che fa cose 'gradevoli', che soddisfa un bisogno. La comunicazione orale, dice Sini, è inevitabilmente contestualizzata, somatizzata e appassionata; nella comunicazione orale si partecipa. Il mondo della scrittura crea, invece, il distacco, costringe a scrivere secondo la logica delle proposizioni che risponde a criteri rigorosi di coerenza grafico-concettuale. Il discorso scritto deve rispettare il principio di non contraddizione e non lasciare 'passare' contenuti ambivalenti. La scrittura istituisce il pensiero astrattizzante, il distacco, la progressiva desomatizzazione, cioè la scomparsa del corpo, della sensualità, del gesto, della mimica. La comunicazione scritta è assai diversa da quella orale, fondata sulla presenza sulla condivisione dello spazio e del tempo: è distante, non coinvolgente. Penso che l'informatica ha prodotto e sta producendo un mutamento di 'rappresentazione' paragonabile a quella che accompagna l'invenzione della scrittura. L'informatica ha modificato l'organizzazione del lavoro, ma ha modificato ancor più profondamente le forme della comunicazione. Io non so bene dove ci porterà questa rivoluzione informatica e non voglio neanche demonizzarla, le cose vanno prima capite e poi combattute o approvate. Certo è possibile entrare in rapporto con gli altri, in modo assolutamente astratto, senza alcun pathos, il pathos della comunicazione in presenza degli altri. Il pathos si esprime in rapporto a un contenitore comune, dove, assieme alle parole che ci scambiamo, si condivide lo spazio e il tempo della presenza. Lo spazio e il tempo sociali sono scanditi in un modo che è assolutamente diverso dalla comunicazione informatica, che, invece, è senza spazio e senza tempo: il tempo e lo spazio informatici non sono il tempo e lo spazio di una stanza dove si sta insieme. C'è uno slittamento nel rapporto con la realtà, verso forme sempre più virtuali. Cos'è la realtà virtuale? é proprio la rottura del confine tra quella che è l'immagine, la rappresentazione fantastica e il mondo reale, cioè con il fatto che siamo individui in carne e ossa, con emozioni, affetti, reazioni. Ad esempio, oggi abbiamo un candidato alla presidenza della Repubblica presidenziale, che non c'è, un candidato a elezioni che non si svolgono. Siamo invasi da sondaggi. Abbiamo una rappresentazione virtuale della politica che annienta l'esperienza reale. Questo fatto è stato anticipato alcuni anni fa da vari pensatori. Per esempio Gianni Vattimo ha scritto dei saggi interessantissimi sulla modernità e la società telematica, sostenendo che il mondo è diventato una favola, che ciascuno di noi è immerso nella propria favola. La realtà virtuale si è lentamente impadronita del nostro immaginario, ci ha fatto perdere i contatti col reale, il senso della distinzione tra reale e fantastico. Occorre allora capire cosa sta accadendo nell'immaginario di ciascuno di noi e che forse alla base di alcuni dei processi di cambiamento. A mio avviso si tratta della progressiva introiezione, interiorizzazione di un modello di identità singolarizzata, lÕimmaginario del singolo assoluto. Senza rendercene conto attraverso questo mutamento della comunicazione che è diventata sempre più astratta, sempre più decontestualizzata, sempre più desomatizzata, sempre più privo di riferimento alle persone in carne e ossa, ci siamo progressivamente ridotti a questa auto-rappresentazione come singoli che non hanno vincoli e luoghi sociali. Questa e l'epoca del singolo; questo processo di mutamento nel modo di auto-rappresentarci ci porta a questa auto-rappresentazione come singoli, solo il singolare è percepito.

4 La scissione fra bisogni e produzione: la risorsa territoriale.

Un'ulteriore considerazione riguarda la divaricazione ormai abissale tra il luogo di formazione dei bisogni e il luogo di produzione dei mezzi per soddisfarli. I thailandesi non producono più il loro riso, ma mangiano il riso prodotto in altri paesi. Gli abitanti degli antichi villaggi dei pescatori thailandesi mangiano i pesci congelati che arrivano dal Giappone e dall'America. Se una popolazione non ha più la capacità di rispondere ad alcuni dei bisogni fondamentali, accade qualcosa che riguarda lo statuto vitale di ciascuno. Siamo oramai di fronte a fatti epocali e non si può più dire che la crescita quantitativa corrisponda ad una diffusione dell'occupazione e del benessere. Tutte queste cose hanno messo fuori campo e hanno destrutturato i presupposti dello Stato sociale: presupposti economici, sociali e immaginari. Si è rotto il rapporto tra Stato e mercato ed è venuta meno la risorsa del rapporto con il territorio. Questa risorsa di potere dello Stato si esprimeva anche a livello dei grandi principi costituzionali con la possibilità di costruire, accanto alla sfera dell'economia una sfera (si diceva) demercificata, la sfera dei servizi. C'era quindi, accanto alla sfera dell'economia, una sfera delle istituzioni di solidarietà che non sono riducibili a integrazioni di reddito o a bonus individuali. Il correttivo del mercato al potere dellÕimpresa faceva perno anche sull'esistenza di un potere pubblico capace di determinare scelte produttive, cioè il sistema delle imprese pubbliche. C'è stato un periodo in cui le c.d. imprese a partecipazione statale italiane erano considerate un modello di condizionamento dei potere economico privato per poter realizzare delle strategie nazionali. Se non si trova una risorsa di potere per ricondizionare le condizioni dell'attuale sviluppo non c'è la possibilità di garantire i diritti sociali. I diritti non servono a niente se non c'è il potere. Il potere significa che ci sono forze reali organizzate che danno a quei diritti un'attuazione. I poteri strutturano istituti, istituzioni; i servizi, per esempio, sono un'istituzione sociale. Credo che il conflitto che si apre nell'epoca attuale riguarda proprio il terreno sociale; vedo una progressiva riduzione dell'area di protezione sociale; è all'opera un meccanismo che sta oramai dividendo sempre più le aree forti, i soggetti forti dai soggetti deboli ed esclusi. La bandiera del razzismo nuovo serve ad aprire una guerra tra poveri per non rendere esplicita la guerra tra i ricchi e i poveri. Questo conflitto deve essere ritematizzato partendo dalle categorie immediate, esclusi e inclusi, protetti e non protetti. Si sta formando in tutto il mondo un'altra destra rispetto a quella che abbiamo conosciuto, che è in gran parte sottoproletaria, proletaria. I ceti a rischio di fronte alla paura di perdere ogni cosa vengono spinti in modo strumentale verso forme di identificazione aggressive come la razza, le etnie, la comunità locale.

5 Crisi e critica del paradigma dello sviluppo delle forze produttive.

Siamo di fronte alla crisi del paradigma dello sviluppo. Il paradigma dello sviluppo delle forze produttive è stato l'ossessione della sinistra e ha consentito un percorso lunghissimo insieme con la borghesia; la sinistra ha favorito l'innovazione tecnologica, la politica di risanamento finanziario sulla base del primato delle forze produttive come motore del progresso sociale. Oggi questa coincidenza di sviluppo e progresso sociale è smentita clamorosamente. Occorre pensare un'altra forma di organizzazione della società, del rapporto tra produzione e consumo: si apre un campo grande di lavoro per la sinistra e di ridefinizione del ruolo sindacato. Il sindacato non può aspettare. Come si può fare un discorso di investimento nella scuola, nell'assistenza sanitaria, se non mettiamo in discussione gli indicatori generali dello sviluppo e quindi i modelli di vita? Ci troviamo dunque di fronte a problemi di dimensioni inedite: il problema ecologico il problema della disoccupazione, il problema demografico e il problema della alimentazione di gran parte della popolazione di questo pianeta. Non credo però che la preoccupazione di un esito catastrofico della nostra vita sul pianeta possa indurre da sola e in modo indolore a un mutamento di rotta: l'esperienza della storia non dice affatto che di fronte ai rischi e ai pericoli l'uomo arretra e riflette ridefinendo le proprie mete. Riflettendo sulle tendenze dello sviluppo fondato sulla crescita quantitativa, in un libro intitolato Le tendenze fondamentali del nostro tempo, Emanuele Severino ha scritto che si può anche ipotizzare che i popoli ricchi tentino in futuro di sopprimere i popoli poveri. Non dobbiamo stupirci. Dobbiamo sapere che questa è non solo una possibilità, ma, per certi versi, una previsione realistica. Proprio per questo bisogna pensare a una alternativa radicale. Bisogna, anzitutto, abbandonare l'idea che il nostro modello sia un modello esportabile, da imporre a tutti con una logica che si rinnovi di fatto in una forma di nuova colonizzazione degli altri paesi. Ma dobbiamo anche sapere che non è tirandoci fuori dall'Occidente che risolviamo i problemi del pianeta, ma al contrario assumendoci noi, nell'occidente, la responsabilità di cambiare il nostro modo di vivere, nelle nostre città e nella nostra vita quotidiana. é necessario però che qui, in Occidente, si produca un'altra cultura, giacchè noi siamo responsabili della cultura che abbiamo prodotto, industrialista, produttivista, fondata sulla sopraffazione e sul dominio degli uomini e della natura. Il primo compito di una nuova cultura è una critica dello sviluppo, giacchè occorre evitare di confondere economia e 'crescita'. L'economia è certamente insopprimibile come sfera nella quale si producono le condizioni materiali della vita, ma l'economia è un mezzo; anzi è stata storicamente l'insieme dei mezzi che le società hanno usato per produrre beni e per risolvere i loro problemi secondo priorità e criteri che non sono stati, però imposti dall'economia stessa. Quando l'economia diventa un fine, la produzione per la produzione, la crescita in se stessa, la crescita del PIL (l'unico indicatore del benessere di una nazione), allora è accaduto qualche cosa di sconvolgente; è accaduto un rovesciamento del rapporto tra economia e società l'economia governa la società e si trasforma nell'idea di 'sviluppo quantitativo', cioè, diventa la crescita pura e semplice delle 'merci'. Se non facciamo la critica dello sviluppo non verremo a capo di nessuno dei problemi. O'Connor dice, ad esempio, che allo sviluppo bisogna sostituire una economia della conservazione e della manutenzione. Ho scoperto che nella mia città ci sono 70.000 abitazioni abbandonate e in provincia circa 60.000, quindi 130.000 abitazioni che potrebbero rispondere largamente alla domanda di case. Si tratta, però, di case abbandonate, in disuso, che richiedono lavoro artigianale, operaio, piccole imprese, mentre le grandi imprese producono strutture prefabbricate e tendono a 'cementificare' le aree libere. Bene, qui si tratta di scegliere. Un lavoro di manutenzione e conservazione è un lavoro economico, ma appartiene a un'altra economia, a una economia al servizio di un'altra visione della città e di un altro modo dell'abitare. Malgrado tutti gli sforzi fatti per oscurare la realtà - è proprio questa la funzione dell''oscurantismo' - e per rendere più difficile ogni dibattito di fondo, sono a disposizione elementi per un'altra politica. In tutti i campi: occupazione, promozione sociale, agricoltura e sviluppo rurale, salute pubblica, politica dei redditi, casa, pianificazione del territorio, urbanistica, protezione dell'ambiente, pubblica istruzione, finanziamento e funzionamento dei partiti come strumento di collegamento con l'opinione pubblica e non come semplici macchine elettorali, costruzione europea, competizione commerciale, indispensabile riforma della Banca mondiale, dell'Fmi, del Gatt, etc., che strutturano e consacrano a livello mondiale una politica economica e sociale disastrosa per gli strati sociali più poveri dei paesi industrializzati e per i paesi poco o male sviluppati. Tutto ciò esige che si rompa il circuito perverso della subordinazione del sapere tecnico e specialistico all'economia capitalistica, perchè se 'la potenza sociale' dei sapere collettivo viene appropriata dall'impresa e dal capitale, secondo la logica prevalente della riduzione del lavoro umano, allora anche un'altra economia è impensabile. Una nuova cultura richiede anche una nuova politica. Che significa fare politica? Non significa fare la 'professione' di politico (come affermano gli scienziati della politica), ma significa formulare i problemi e rispondere ai bisogni e ai valori socialmente istituiti; insomma fare politica significa concorrere alla creazione del 'senso comune'. Perchè le società umane non hanno un senso innato e gli individui umani non hanno un senso innato. Come dice N. Elias, il compito degli individui umani è 'produrre' senso, così come il compito delle società umane è dare senso alla propria organizzazione collettiva. Fare politica significa, perciò, occuparsi delle domande fondamentali non per dare risposte definitive, ma perchè non possiamo fare a meno di domandarci chi siano gli uni per gli altri, perchè stiamo insieme e quale obiettivo vogliamo raggiungere. In questi termini non ha senso la distinzione tra politica e società, o per lo meno ha un senso in un'ottica che è a sua volta un'operazione politica: ridurre la politica al 'politico', come corpo separato e negare ogni potere creativo alla collettività umana come esperienza effettiva dello stare insieme. La società è politica, perchè non è possibile una società che non sia politica nel senso della decisione fondativa della 'città', dello stabilire le regole del vivere insieme, della distinzione fra ciò che è comune e partecipabile e ciò che è divisibile e attribuibile al singolo in esclusiva. Chi si affida ai 'miracoli' o delega tutto a un' 'autorità extrasociale' (la Ragione assoluta vale quanto il Corano) ha deciso di non essere cittadino democratico. E tutto dipende dal fatto che si è imposta una 'concezione' secondo la quale i cittadini non possono decidere come vivere, gli operai non possono organizzare il lavoro, gli studenti non possono chiedere cosa e perchè studiare. In realtà, come ripete Castoriadis, 'se i cittadini, gli operai, i funzionari non fossero attivi sulla base di criteri che dipendono dalla loro libera scelta, giorno per giorno e momento per momento, la società morirebbe'. L'attività degli uomini è necessariamente creativa della nostra esistenza perchè deve dare risposte di 'senso'. Chi sogna la fabbrica automatica insegue un fantasma quasi psicotico, un'onnipotenza impossibile a realizzarsi. Non ci sarà mai la fabbrica automatica; c'è invece il tentativo di rendere gli individui umani che lavorano superflui, residui, come dice Ingrao. In realtà siamo sempre responsabili di quello che accade e non ci possiamo sottrarre a questa responsabilità. Nessuno può di fronte al disastro della disoccupazione rispondere che si tratta delle leggi del mercato, perchè il mercato non è una istituzione naturale, è la più grande istituzione politica della modernità. Come ha scritto Karl Polanvi, è il più grande artificio che gli uomini hanno prodotto. Ogni cosa che consumiamo, il modo in cui viviamo, influisce sulla vita di tutti e la vita di tutti influisce sulla nostra vita. E perciò adesso, riflettendo su questi temi, dobbiamo compiere un atto di responsabilità, dobbiamo cercare di prendere in mano le questioni che ci riguardano. Istituire nuovi rapporti di cooperazione fra gli uomini e fra la popolazione dei diversi paesi secondo una logica che tenda a riconnettere il sistema produttivo ai luoghi di formazione dei bisogni. Ritrovare un nuovo equilibrio fra territorio, lavoro e consumo per creare 'economie regionali' in grado di reggere alla penetrazione 'colonizzatrice' del modello produttivo occidentale, di cui siamo paradossalmente artefici e vittime allo stesso tempo. In questi termini la partita del rilancio di una forte strategia democratica volta a contestare il primato dell'impresa capitalistica e la pretesa di unico potere legittimato a governare il mondo, va giocata su un rilancio del collegamento fra bisogni, comunità e territorio (la politica delle città-metropoli come spazio per l'autogoverno dei cittadini) e su una nuova collocazione internazionale del nostro paese che, senza rompere con l'Europa, accentui e riprenda la sua vocazione di paese mediterraneo per creare un'area di cooperazione con i paesi dell'Africa, con la loro cultura e con le loro tradizioni per riequilibrare l'egemonia tedesca che oggi si estende fino agli Urali e si appresta a trasformare il marco in moneta universale.