Da Nero su nero, Leonardo Sciascia

 

 

Sarò un moralista- e dunque un qualunquista: ma mi pare che i particolari guai del nostro paese nascano tutti da un’inveterata e continua doppiezza, da un vasto e inesauribile giuoco della doppia verità che partendo dall’alto si arresta là dove la verità non può permettersi il lusso di essere doppia- ed è una, inequivocabile: quella della povertà, del dolore. E appunto è un giuoco che può continuare a svolgersi e a scorrere, per anni, per decenni, grazie al fatto che detriti e veleni vanno a finire in basso, ad aggiungere miseria alla miseria, sofferenza alla sofferenza.

         A parte dunque quella verità che sta in fondo, a sopportare e a soffocare, non c’è cosa o azione nel nostro paese che non sia viziata dalla doppiezza. E’ una doppiezza propriamente “costituzionale”, che dal potere si dirama e moltiplica in perfetta circolarità, tornando al potere come linfa nuova, depurata, come abbiamo detto, di quei detriti e veleni che vanno a finire in basso.

         Ne abbiamo esempi spiccioli e quotidiani. Il critico che su un libro, su un quadro, su un autore tiene due giudizi ben distinti e diversi: uno pubblico e uno privato (l’ultima volta che ho incontrato Cecchi, era indignatissimo del fatto che un critico, professore universitario, parlando con lui aveva definito “uno schifo” il romanzo appena pubblicato e premiato di un nostro scrittore, e parlandone dalla cattedra ne aveva fatto invece un elogio culminante in un adattamento della famosa esclamazione del De Sanctis per l’Ariosto: “Vedete che cuore ha X.Y.!”)

         Il politico che in privato giudica ignobile una persona, un fatto; e un’ora dopo, in Parlamento parlerà della nobiltà di quella persona, di quel fatto. Il borghese che vive da borghese e professa e conclama odio alla borghesia. Il professore che custodisce nel cuore l’immagine del carabiniere a cavallo e dichiara amore alla guardia rossa. La destra che sa (e prende) quello che fa la sinistra. La sinistra che sa (e prende) quello che fa la destra. Il bue che dà del cornuto all’asino. L’asino che ragliando accusa il bue di ragliare. E si potrebbe continuare con tutta la paremiologia del mondo alla rovescia diventata giuoco delle parti accettato e rispettato, regola, normalità.

         Mai c’è stata un’epoca, mi pare, in cui come oggi quello che si dice ha più importanza di quello che si fa. Basta che uno della retroguardia dica di essere per l’avanguardia, ed è un avanguardista; che un reazionario dica di essere per la rivoluzione, ed è un rivoluzionario; che un mascalzone dica di essere per l’onestà, ed è onesto. E se non si torna a chieder alle persone il conto preciso di quello che sono, di quello che fanno, di come vivono; se non si torna a giudicare un’azione per quella che è, senza far caso se fatta con la mano sinistra (che sa quello che fa la destra) o con la mano destra (che sa quello che fa la sinistra), temo che nessuna riforma o rivolgimento varrà a cavare il classico ragno dal classico buco:immagine del tutto pertinente alla situazione, e anzi da moltiplicare - tanti buchi, tanti ragni.