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Associazione politico culturale
Oltre l’Occidente
Per una alternativa allo sviluppo
P.zza A. Paleario 7
03100, Frosinone
ccp 10687036

SUONI GESTI COLORI DELL’INTERCULTURALITà

MOSTRA a cura dell’associazione OLTRE L’OCCIDENTE

I fenomeni migratori nel quadro dei rapporti Nord Sud del mondo, con particolare attenzione ai rapporti fra diverse culture, ai diversi modelli di integrazione ed all'immigrazione in Italia

 

1.    L'EMIGRAZIONE ITALIANA

2.    I RAPPORTI ECONOMICI TRA NORD E SUD DEL MONDO : UN ACCENNO

3.    RAPPORTI FRA DIVERSE CULTURE

4.    MODELLI DI INTEGRAZIONE

5.    IMMIGRATI IN CIFRE

6.    GLI STRANIERI E LE LEGGI

 


1. L'EMIGRAZIONE ITALIANA

Nella storia d'Italia la radice del fenomeno migratorio si colloca intorno alla seconda metà dell'Ottocento, in quella congiuntura in cui al primo sviluppo industriale non corrispose un progresso nell'agricoltura. Con una distinzione decisiva: quel che nelle regioni settentrionali fu dapprima un travaso di manodopera dalla campagna alla città, laddove prendono vita e sviluppo gli insediamenti industriali - quindi con il carattere dell'emergenza che non esclude il ritorno alla campagna - nel sud l'emigrazione non può che dirigersi oltre confine e oltremare e in più assumere il carattere di alternativa stabile.

 

Successivamente, dal secondo dopoguerra, l'industrializzazione del Mezzogiorno in fase di insediamento - per la costruzione degli impianti - ha assorbito una massa considerevole di forza lavoro sradicandola dalla barcollante economia agricola, per poi abbandonarla in parte, una volta che le industrie sono entrate in regime di produzione. Per questi nuovi disoccupati non restava che l'emigrazione interna o verso l'estero.

Il fenomeno dell'emigrazione italiana è sempre stato, con le sue implicazioni dolorose e per le discriminazioni subite dai nostri emigranti, un nervo scoperto che ha fatto indignare il nostro paese. Si ricordano molti film di successo che hanno commosso grazie all'evocazione delle diffocoltà di integrazione degli italiani all'estero. E' un passato in qualche modo oggi rimosso, perfino da quanti furono gli albanesi di ieri, in un paese che a volte sembra volersi rivalere sui più deboli dei torti subiti.

In generale, prescindendo dai paesi di destinazione, largo alimento agli espatri è venuto dalle regioni italiane del mezzogiorno e delle isole, quasi 2/5 del totale, pari a oltre 10 milioni di lavoratori.

 

 

Emigrazione in Europa

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Il Grande Esodo si ha fra il 1876 e il 1914 e quasi la metà degli espatri è in media assorbito dall'Europa. Precisamente dalla Francia (33% nel periodo 1876-1900, il 25% fino al 1915), l'Austria-Ungheria (23,5 e 20%), la Germania (14 e 24%), la Svizzera (13,28%); in percentuali inferiori la Grecia, l'Inghilterra, il Belgio e l'Olanda.

Anche per il periodo 1916-1942 la Francia conserva il primo posto nella destinazione degli emigrati, con un milione e mezzo di espatri, pari al 36% del totale, di cui le punte massime si registrano fra il '19 e il '26. Quando sta per scoppiare la Seconda Guerra Mondiale, saranno già espatriati in Europa i 3/5 di tutti gli italiani complessivamente emigrativi dal 1876 al 1976. I restanti 2/5 - ossia 5 milioni di connazionali che la precarietà economica spinge oltre confine - rappresentano una delle più toccanti tragedie sociali della nostra epoca, poco mitigata peraltro dai tre milioni e mezzo di rimpatri avutisi fino al '76.

Dal '42 al '70 è la Svizzera al primo posto nel ricevere manodopera italiana, con il 45,5% dei flussi Europei.

Emigrazione transoceanica

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Paesi di destinazione

                                                                                                                                           1876- 90          1891-1900           1901-10           1911-20         1921-30

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Canada                        1.282                     1.183                      13.021              67.628           5.887                          

USA                           51.693                 102.865                   459.890          1.228.220        72.696               

Brasile                        46.848                 116.045                     60.673              92.424         13.073                                                                                      

Argentina                  86.909                  73. 364                   146.919             252.533         91003                                                                       

Altri Paesi                  29.880                  15.888                     16.433               29.500         12.703                                                                  

 

TOTALE                  216.596                 309.345                  702.936          1.682.609       193.851

 

 


2. I RAPPORTI ECONOMICI TRA NORD E SUD DEL MONDO : UN ACCENNO

Nel 1949 in un famoso discorso dell'allora presidente americano Truman  c'era un'affermazione molto importante: "abbiamo già oggi a disposizione tutte le conoscenze scientifiche e i mezzi finanziari per permettere ai paesi arretrati di uscire dalla loro situazione". Quindi c'era un'orgogliosa affermazione di possibilità/capacità di lotta a quello che poi verrà chiamato sottosviluppo.

La realtà, oggi, è che le due situazioni, cioè le situazioni dei paesi già industrializzati e di quelli che stanno tentando di evolvere in un modo un po' più sano continuano ad allontanarsi. Cosa è avvenuto in questi 50 anni?  Prima  si pensava che fosse possibile farsi raggiungere,  che i paesi del Sud potessero recuperare il tempo perduto e avere un modello di sviluppo analogo a quello dei paesi industrializzati.

Molte delle analisi sul sottosviluppo che venivano fatte negli anni '60 erano legate al concetto di colonialismo. Si  riteneva che la situazione di arretratezza dipendesse dal fatto che per oltre 150 anni i paesi in via di sviluppo fossereo stati sotto il giogo coloniale di paesi come la Francia, l'Inghilterra etc. In quest'ottica si pensava di riuscire, eliminando il colonialismo, a passare ad un modello di evoluzione più libero, più indipendente.

In realtà se ci fermiamo a considerare la condizione dei paesi sottosviluppati soltanto in termini proiettati nel passato, quindi storici, tendiamo a pensare che i meccanismi siano noti e basti solo aumentare gli sforzi, aumentare le conoscenze per poterli eliminare. In realtà il sottosviluppo è molto più complicato: ci sono dei meccanismi di sottosviluppo " nuovi ".

 

 IL DIVARIO FRA NAZIONI RICCHE

E NAZIONI POVERE CONTINUA A CRESCERE

Dati Ufficiali del Fondo Monetario Internazionale

 e della Banca Mondiale, aprile 1994

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Paesi                         Introito medio annuo        Introito medio al giorno

                                                       in $ USA                                    in $ USA

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Mozambico                                          60                                                0,16

Etiopia                                                 110                                               0,30

Sierra Leone                                       160                                                0,43

                              Uganda                                               170                                                0,46                          

Burundi                                               210                                                0,57

Bangladesh                                        220                                                0,60

Ruanda                                                250                                               0,68

Burkina Faso                                      300                                               0,82

India                                                    310                                                0,84

Madagascar                                       320                                                0,87

Haiti                                                     380                                                1,04

Pakistan                                              420                                                 1,15

Cina                                                     470                                                 1,28

Tgikistan                                            490                                                 1,34

Honduras                                           580                                                 1,58

Egitto                                                  640                                                 1,75

Indonesia                                           670                                                 1,83

 Bolivia                                                680                                                1,86

Uzbekistan                                          690                                                1,89

Azerbaigian                                        740                                                2,02

Filippine                                              770                                                2,10

Armenia                                              780                                                 2,13

Kirgiza                                                 820                                                 2,24

Georgia                                                850                                                 2,32

Perù                                                     950                                                 2,60

Guatemala                                           980                                                 2,68

 

Emirati Arabi                                  22.230                                               60,90

Stati Uniti                                       23.120                                               63,34

Svezia                                             26.780                                                73,36

Giappone                                        28.220                                                77,31

Svizzera                                           36.230                                               99,26

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QUALCHE DATO SUL DIVARIO ATTUALE

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___Il 27% del reddito mondiale è nelle mani di 200 multinazionali e 170 di queste multinazionali hanno sede in soli 5 Paesi: USA, Germania, Giappone, Francia, Inghilterra.

 

___Un quinto (1/5) della popolazione mondiale controlla l'80% del commercio mondiale, l'82% del Prodotto Lordo dell'umanità, il 94% dei prestiti commerciali, il 97 % degli investimenti privati, l'80% degli investimenti pubblici e il 95% della ricerca scientifica e tecnologica.

 

___Il Trasferimento Netto di risorse tra Nord e Sud del mondo dal 1983 al 1990 è calcolato in una perdita netta di 21 miliardi di dollari l'anno per i Paesi in via di Sviluppo a beneficio dei Paesi industrializzati.

 

___I Paesi industrializzati (23% della popolazione mondiale) guadagnano l'89% delle entrate mondiali.

 

___I Paesi in via di sviluppo perdono 500 miliardi di dollari l'anno a causa delle resrizioni nei mercati globali commerciali e finanziari.

 

___Gli aiuti allo sviluppo vanno in misura maggiore a paesi con alte aspese militari rispetto agli altri.

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Gli ultimi dati disponibili, riguardanti la cooperazione allo sviluppo dimostrano come gli aiuti siano spesso, oltre che insufficienti, anche equivoci, dato che si indirizzano per lo più verso Paesi con reddito medio alto, e non verso le nazioni più povere. Questo evidenzia come questi aiuti servano in realtà ai paesi industrializzati, soprattutto per fare affari e alimentare una cooperazione essenzialmente commerciale (Giudizi contenuti nel Rapporto sullo sviluppo umano, 1993 UNDP).

Fra il 1984 e il 1990 il 40% dei più "benestanti" nel mondo sottosviluppato ha ricevuto un aiuto pro capite due volte asuperiore a quanto ricevuto dal 40% più povero del Terzo Mondo. I paesi dove si verificano i due terzi (2/3) delle morti infantili per fame o malattie guaribili hanno ricevuto solo un quarto (1/4) degli aiuti internazionali.

 

 

Vecchi meccanismi del sottosviluppo ancora operanti

Molti paesi sono sostanzialmente produttori di materie prime, intendendo come materie prime delle sostanze agricole o industriali che servono ai Paesi industrializzati. Molte volte si tratta di materie prime che il Nord del mondo ha  deciso che venissero coltivate nei Paesi sottosviluppati (cacao, caffè, cotone, arachidi, etc.).   Mentre in un Paese come l'Italia che esporta 100-150 prodotti in misura consistente se il prezzo di uno di questi prodotti   va male non succede niente,  quando va male il prezzo del rame, che costituisce l'80, l'85, il 90% delle esportazioni di 2, 3, 4 paesi, è l'intera economia del paese che viene travolta.  Quindi questi paesi sono fortemente esposti alle crisi dipendenti dal clima e  al controllo del prezzo internazionale di questi prodotti, in quanto una minima variazione di questo prezzo internazionale può creare dei disastri paurosi all'interno di un paese.

            C'è un altro discorso, più economico: storicamente si è visto che il valore di queste materie prime tende ad abbassarsi, nel senso che i prezzi che vengono pagati per queste materie prime sono sempre più bassi. I prezzi che vengono pagati da questi paesi sottosviluppati per acquistare i nostri prodotti industriali, quindi le automobili, i trattori etc., tendono invece  ad alzarsi.  Negli ultimi 10 anni, cioè negli anni ' 80 - questi sono dati ufficiali dell' ONU - il prezzo delle materie prime complessivamente è diminuito del 40% ; il caffè è diminuito del 50%.

            Allora cominciamo già a vedere che queste economie sono basate su prodotti che  tendono nel lungo periodo a diminuire di prezzo: questi Paesi devono produrre sempre maggiori quantitativi  di questi prodotti ottenendo però sempre meno.

 

Nuovi meccanismi: lo sviluppo del sottosviluppo

La novità è che la capacità di determinare politiche e strategie globali da parte dell'ONU e delle agenzie ad esso collegate - UNCTAD, FAO, UNICEF, Commissione per lo Sviluppo Sostenibile, ecc - che dovrebbero essere strumenti per le azioni settoriali delle Nazioni Unite, è stata progressivamente emarginata da un potere cresciuto nell'ombra, apparentemente anonimo, esterno -finora - ad ogni possibile controllo democratico: si tratta del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e soprattutto della Banca Mondiale (BM).

                                                                                                                                                                               E' la FAO stessa a denunciare come azioni e accordi della Banca Mondiale le tolgano qualsiasi possibilità di intervento concreto, riducendola a puro ente che produce riflessioni, non progetti. E che cò ha come conseguenza il saltare quella serie di passaggi che sono necessari per coinvolgere le comunità locali e creare dinamiche positive con la società civile dei paesi dove si interviene.

 

Cosa sono BM e FMI

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Il Fondo Monetario Internazionale, detinato a garantire crediti a breve termine per paesi con problemi nella bilancia dei pagamenti, fu fondato nel 1945. Avrebbe dovuto garantire ai diversi Stati, concedendo crediti, le risorse necessarie ad impostare politiche di risanamento della bilancia dei pagamenti senza per questo dover ricorrere alla riduzione dei beni di importazione o all'applicazione di una politica restrittiva nei confronti delle merci straniere, scongiurando così l'innesco di una spirale depressiva del commercio mondiale.

La Banca Mondiale,  fondata anch'essa nel 1945, era destinata a garantire crediti a lungo termine - soprattutto ai paesi europei - per finanziare le opere di ricostruzione postbellica.

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Strategie e conseguenze dell'operato del Fondo Monetario internazionale e della Banca Mondiale

 

FMI  - STRATEGIE

1. Contenere la domanda:

                                                                                                                                                                               Riduzioni delle spese del Governo - controlli sulle riserve monetarie e sul controllo del credito - politiche di taglio ai salari.

CONSEGUENZE: Di solito vanno ridotti i budget dei servizi sociali: educazione -formazione e salute - tagli nei sussidi governativi per l'agricoltura.

 

2. Attuare politiche di riconversione:

                                                                                                                                                                               Mutare le risorse da non commerciabili a commerciabili, svalutazione della moneta accompagnata dalla modifica dei prezzi interni, controllo dei salari

CONSEGUENZE: Creazione di una dipendenza alimentare, impossibilità dei contadini di accedere ai prodotti importati con i redditi in moneta svalutata (incremento della povertà assoluta per i contadini).

 

3. Promuovere politiche efficaci nel lungo termine:

                                                                                                                                                                               Assicurare un'economia più orientata al mercato - liberalizzazione dei prezzi e del mercato.

CONSEGUENZE: Questa strategia ha dato maggiore competitività commerciale ai prodoti agricoli, con forte tendenza all'esportazione, senza valorizzare la dimensione regionale, creando la dipendenza commerciale verso l'estero, data la inaccessibilità dei consumatori interni ai prodotti.

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BM - STRATEGIE

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Politiche a lungo termine:

Riforme nel settore pubblico e privatizzazioni.

Incoraggiamento di investimenti stranieri diretti.

Politiche favorevoli al commercio (liberalizzazione, abolizione delle quote per l'importazione, riduzione delle tariffe, miglioramento degli incentivi all'esportazione.

Riforme istituzionali che rafforzino la capacità del settore pubblico.

 

CONSEGUENZE: Questa strategia ha permesso ai finanzieri ed alle multinazionali americane ed europee di conquistare i mercati del sud del mondo senza alcun problema, distruggendo la piccola impresa locale esistente (impossibilitata a fronteggiare la concorrenza delle multinazionali occidentali).  Il risultato è stata l'acquisizione da parte delle multinazionali delle piccole imprese locali o il loro fallimento, con conseguente aumento del tasso di disoccupazione.

 

Cosa ne pensa la Banca Mondiale? Come si difende dalle accuse? Ammettendo che "... nonostante gli studi sull'argomento effettuati nel corso degli anni '80 non si può dire con certezza se i piani abbiano funzionato..." e che pur non stabilendo un nesso di causa ed effetto  "...nei fatti si è spesso osservato che ai programmi [del FMI] sono spesso associati aumento dell'inflazione e caduta del ritmo di crescita dell'economia".

                                                                                                                                                                               E' purtroppo tristemente facile generalizzare nell'indicare le strategie attuate da FMI e BM, perché esse sono analoghe INDIPENDENTEMENTE DAL CONTESTO IN CUI ATTUARLE. Le misure proposte ai paesi in via di sviluppo, alla cui accettazione sono vincolati i paesi che intendano avere aiuti economici, sono le stesse dovunque, senza tener conto delle peculiarità e delle potenzialità delle economie locali, naturalmente differenziate per bisogni ed urgenze.

 

Perché insistere dunque? L'affare povertà

La presenza di economie sottosviluppate, gioca un ruolo fondamentale per la grande industria mondiale, che ottiene così un costo del lavoro molto basso.  Questo fra l'altro penalizza in termini concorrenziali proprio quei paesi del Terzo Mondo che vorrebbero migliorare i salari e le condizioni di vita delle popolazioni. Si determina inoltre l'attacco alle conquiste salariali dei lavoratori dei nostri paesi, costretti a scegliere tra un salario più basso e la perdita del posto di lavoro - con il trasferimento delle produzioni nei paesi con più basso costo del denaro.  Le politiche attuate finora possono dunque essere lette secondo un'altra visuale ed essere valutate per quel che rappresentano: lo strumento per creare quella povertà necessaria alla globalizzazione del modello economico basato sulle esportazioni.

Secondo gli esperti del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) i mercati mondiali sono aperti ed accessibili solo nei settori in cui fa comodo ai paesi ricchi (che controllano FMI eBM), come nel caso dei mercati finanziari. Se si passa invece ai mercati dei prodotti provenienti dai paesi poveri (tessile, manifatturiero, frutti tropicali) scattano le barriere protezionistiche.

Ma le barriere alzate dai ricchi contro i poveri, non sono solo commerciali e finanziarie, basti pensare alle leggi sull'immigrazione. Purtroppo la logica che sembra guidare questi provvedimenti sembra ancora miope e rischia di guidare ad un nuovo Medioevo in cui i ricchi (1/4 della popolazione mondiale) vivono in uno splendido castello (ed anche qui sempre più numerosi nelle cantine con delle minoranze negli appartamenti reali) al di fuori del quale c'è l'assedio di un'umanità povera e sofferente in continua crescita, che nel '92 contava 700 milioni di disoccupati.

E' evidente, dunque, che se non si modificheranno i meccanismi, vecchi e nuovi, che determinano l'accrescersi del divario, la gente cercherà le risorse dove è più probabile trovarne.

 


3. RAPPORTI FRA DIVERSE CULTURE

Qual è l'immagine generalmente diffusa in Italia del  fenomeno migratorio? Esso è affrontato essenzialmente come un problema di ordine pubblico, la cui gestione esige unicamente adeguate "misure di sicurezza" e di "controllo dei flussi". Nel migliore dei casi, l'immigrato è visto come un individuo "diverso" da integrare nel tessuto sociale o da impiegare nella bassa manovalanza a costo di una totale rinuncia della propria identità culturale. L'integrazione forzata e l'assimilazione degli immigrati, mediante la denominazione comune di extracomunitari, ad una categoria unica e indivisibile nella quale scompaiono e si confondono storie e culture, tendono a ridurre fortemente la complessità del fenomeno migratorio negandone le cause sociali ed economiche ed i risvolti culturali.

Venticinque anni fa Pier Paolo Pasolini, lamentando i danni dell'acculturazione ed omologazione provocata dalla cultura del consumo, sosteneva che in Italia si stava "togliendo realtà ai vari modi di essere uomini sulla terra, che nella lunga storia del nostro paese si erano andati formando in modi assai differenziati". Oggi le molteplici particolarità dei mondi contadini e metropolitani delle culture e delle lingue che vivono nei diversi continenti arrivano nelle nostre città. La questione di civiltà che si pone, allora, non sta solo nella fondamentale lotta perché si salvaguardino i loro diritti, ma piuttosto nella capacità di creare gli spazi perché nelle nostre città riescano a "ritrovare realtà i vari modi di essere uomini sulla terra". Perché ogni luogo diventi davvero occasione di scambio e di creazione culturale originale,  la flessibilità e la predisposizione all'ascolto sono condizioni imprescindibili. Solo così si può pensare di costruire ponti tra modi di concepire gli spazi, i tempi e le relazioni, che in alcuni casi sono radicalmente diversi.

 

L'Educazione all'interculturalità

Pensare globalmente, agire localmente

L'educazione all'intercultura mira alla formazione dell'"individuo planetario", vale a dire di un individuo cosciente dell'interdipendenza delle dinamiche planetarie e, di conseguenza, capace di accettare le differenze culturali e di viverle positivamente, in una relazione dialettica che arricchisca l'individuo e la società intera.

La scuola, in particolare, dovrebbe diventare un laboratorio permanente di educazione:

- ai rapporti: come educazione all'autenticità dei rapporti interpersonali, all'ascolto, all'empatia.

- all'interdipendenza: come conoscenza dei meccanismi economici e politici che regolano i rapporti fra Nord e Sud del mondo e di ciò che ne consegue.

- all'intercultura: come conoscenza e apertura alle diversità.

L'educazione interculturale fa uso di tecniche pedagogiche attive e partecipative, che coinvolgano il fruitore come soggetto partecipante attivo e disponibile a mettere in discussione i propri stereotipi culturali. Alla lezione frontale si preferiscono pertanto situazioni mobili (giochi di simulazione, animazione teatrale, uso di audiovisivi, etc.) che consentano e stimolino l'intervento, l'autoformazione, l'elaborazione profonda dei nuovi apprendimenti, il dialogo aperto ed il confronto. La legislazione italiana in materia scolastica si è da tempo adeguata a queste nuove esigenze, mediante l'emanazione di circolari ministeriali e la sottoscrizione di convenzioni internazionali.

 

Verso una pedagogia narrativa

Se si vuole condurre con coerenza e profondità la difficile battaglia per dare pari dignità alle differenti etnie, culture e religioni, si deve ripartire e ridare parola alla narrazione e al  racconto orale. Il racconto orale, infatti, non cessa mai di farsi, è una costruzione continua, un processo di avvicinamento che non arriva mai a una definizione ultima di persone e avvenimenti. Il suo carattere fluido, in continuo divenire provoca l'attesa e ritarda il più possibile ogni definizione rigida di ruoli e giudizi, aprendo così la strada ad un sentire condiviso.

"Il racconto è presente in tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutte le società; il racconto comincia con la storia stessa dell'umanità; non esiste, non è mai esistito in alcun luogo un popolo senza racconti...il racconto si fa gioco della buona e della cattiva letteratura: internazionale, trans-storico, trans-culturale, il racconto è come la vita" (Roland Barthes)

 

I "nodi problematici" dell'educazione all'intercultura

"Per me sono tutti uguali; non ci sono differenze..." "Sono venuti qui per dimenticare la loro cultura, di cui un po' si vergognano, per assimilarsi. Vogliono diventare come gli altri..." Sono affermazioni ricorrenti a proposito degli immigrati. La negazione/rimozione delle differenze culturali si basa su una valutazione implicita della differenza come elemento negativo di cui liberarsi, o comunque come tratto che non può essere esibito e raccontato perché può provocare disagio.

L'atteggiamento speculare rispetto a questo è la mitizzazione delle differenze: in questo caso lo straniero diventa affascinante e degno di interesse perché è più "vero e più autentico, portatore di valori che da noi si sono persi". Le differenze vengono allora sottolineate, enfatizzate, ricercate, e vi è quasi una sorta di delusione quando si scopre che i tratti comuni sono molti di più di quelli distintivi, e molti di più potrebbero essere se si stabilissero modalità comiunicative volte a favorire il confronto e lo scambio.

Altro rischio possibile: la banalizzazione/folclorizzazione delle differenze. Dalla valigia degli oggetti culturali dell'altro si prendono solo quelli più esotici, accattivanti e che comunque non mettono in discussione saperi, valori, comportamenti, modalità organizzative del paese di accoglienza. E ancora, senza che a volte ci si renda conto, si corre il rischio di presentare le altre culture entro una logica e un'interpretazione che si richiamano all'evoluzionismo culturale. E così, comportamenti, atteggiamenti, vengono letti secondo una modalità interpretativa che procede, in maniera lineare, dalla tradizione alla modernità, e vengono quindi collocati più o meno vicino al "punto d'arrivo" (intendendo per punto di arrivo il nostro modello occidentale).                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                

 

Esperienze a confronto

La cicala e la formica - Tutti conosciamo la favola della formica parsimoniosa che durante l'estate lavora ed accumula provviste per il lungo inverno, mentre l'effimera cicala consuma nel canto la bella stagione. Tutti siamo in grado, quasi automaticamente di ricavarne la morale, ovvero il senso, il significato. Orbene questa storiella incontra grandi difficoltà ad essere "compresa" da soggetti provenienti da aree del pianeta comprese tra i due tropici, dove non esiste il susseguirsi delle stagioni; dove non esiste l'estate e l'inverno. (Ecco allora che si pone il problema, relativamente alla comunicazione con "l'altro", del differente bagaglio di "contenuti" di cui si è in possesso e di cui si fa uso nella lettura della realtà)

 

Parliamo di gestualità - Ecco una dimostrazione di come ottime intenzioni educative possano essere vanificate da una scarsa consapevolezza delle differenze culturali nel linguaggio del corpo. Per avviare un progetto interculturale nella propria scuola, un gruppo di insegnanti decisero di iniziare dalla danza, invitando un esperto a tenere alcune lezioni pratiche di danze brasiliane. In quell'occasione, mentre la maggior parte dei bambini danzava, le alunne cinesi rimasero ferme, in piedi, lungo i muri dell'aula, rifiutando modalità di comunicazione che, ai loro occhi, apparivano assolutamente inusitate.

 

L'effetto Marco Polo - Un giorno Francisco, un maestro Ixil, sapendo che la scuola distava appena due chilometri dal paese umbro dove era ospitato, ha deciso di recarvisi a piedi. Poco dopo è tornato trafelato a casa, chiedendo se fosse arrivata la guerriglia o ci fosse lo stato di assedio. La ragione di tanto spavento era stata che lui, lungo la strada, aveva visto solo auto e nessuna persona camminare. Era il secondo giorno che stava in Italia e i suoi occhi hanno osservato ciò che noi non sappiamo più vedere: l'abolizione pressochè totale, nel nostro paese, dell'uomo che cammina. E' l'effetto Marco Polo. La possibilità di vedere le cose avendo memorie di altre terre alle spalle.

 

La strana storia della pecora - Muonir ha sette anni, frequenta la seconda elementare in una scuola italiana. E' nato a Rabat, in Marocco, ed è arrivato in Italia da quattro anni. Per due giorni Mounir è stato assente da scuola e al rientro l'insegnante gli ha chiesto le ragioni dell'assenza. "C'era la pecora!" risponde Mounir. L'insegnante non capisce, chiede di nuovo. "Era il compleanno di mio padre", conclude Mounir. Nei due giorni di assenza, scoprirà più tardi l'insegnante, si era svolta ad Aid-El-Kebir, la solenne festività del sacrificio di Abramo, seconda fra le principali festività islamiche, in cui si immola a Dio un montone, un agnello o una pecora. La piccola vicenda di Mounir ci aiuta a riflettere: i bambini che vengono da lontano, su cosa fondano la loro memoria spesso negata?

 

Flessibilità - E' particolarmente significativo l'esempio della scuola materna del Campo Sosta di Trento, in cui le maestre si sono rese conto che, per poter ospitare bambini Rom, devono lasciare sempre le porte aperte ed accettare il fatto che per le famiglie nomadi il trattenersi di un bambino a scuola debba essere sempre una sua scelta e non un obbligo.

 

 

4. MODELLI DI INTEGRAZIONE

assimilazione: si accetta l'altro, ma non la differenza; lo si riceve senza riserve nè discriminazioni, ma a condizione che rinunci alla sua personalità e adotti al più presto e integralmente i valori e i comportamenti della società d'accoglienza;

inserimento: si tollera l'altro con le sue particolarità culturali, considerandolo però come uno straniero, un diverso a titolo permanente e irriducibile;

integrazione, concepita come un processo aperto: ci si preoccupa di difendere la continuità dei valori fondamentali della società di inserimento, ma senza esigere che i nuovi venuti rinuncino in maniera traumatica alla loro cultura originaria. L'integrazione punta su uno sviluppo nel tempo, sull'apprendimento reciproco, e scommette in realtà su un'ibridazione feconda nel medio o nel lungo periodo.

In assenza di modelli predefiniti, che non esistono da nessuna parte, ogni società si richiama prevalentemente a una delle concezioni sopra citate.

Nell'Unione europea, misure inizialmente molto diverse si ispirano a due concezioni fondamentali: l'inserimento e l'assimilazione.

L'esperienza olandese: gli stranieri vengono accettati come membri di una collettività che aggiunge un "pilastro" alla costruzione comune. Questa concezione si fonda su tre assi fondamentali: lo sviluppo di una società plurietnica con l'emancipazione delle comunità, la promozione dell'uguaglianza in campo giuridico e il miglioramento della situazione economica e sociale delle minoranze.

Nell'ambito di questo sistema si sono istituiti consigli consultivi per le principali minoranze etniche. Sono inoltre state concesse sovvenzioni per l'apertura di scuole private delle varie religioni, c'è stata l'ammissione dei residenti stranieri alle funzioni pubbliche, diritto di voto alle elezioni locali per gli stranieri residenti in Olanda da almeno 5 anni.

La percentuale degli immigrati rispetto alla popolazione totale oscilla dal 5 al 6% (dati 1993), ma nelle grandi città sale fino a toccare quote che vanno dal 10 al 30%. Ad Amsterdam, ad esempio, le minoranze sono circa il 27%, e nelle scuole gli alunni figli di immigrati sono più della metà del totale.

In Germania prevale un modello di inserimento assai peculiare; l'applicazione dello ius sanguinis o diritto di sangue (secondo il quale si considera cittadino chi nasce da padre tedesco ovunque la nascita avvenga) pone limiti stretti alla concessione della nazionalità: la Germania la riconosce ad esempio al discendente di una famiglia tedesca emigrata in Russia nel XVIII secolo, anche se non ha ormai più alcuna conoscenza della lingua, ma la nega al nipote di immigrati turchi, anche se esclusivamente germanofono.

Si deve aggiungere a ciò il rifiuto di concedere agli stranieri alcuni diritti di cittadinanza come quello di votare alle elezioni locali. La percentuale di popolazione immigrata era intorno al 7% nel 1993.

Il modello francese prevede che chi nasca in Francia possa divenire cittadino francese in virtù dello ius soli o diritto di territorio, e tutti i nuovi arrivati sono invitati a far propri i valori nazionali: uguaglianza dei cittadini, laicità ecc.. Si chiede all'immigrato di abbracciare i nuovi valori di riferimento che sono presentati come universali e quindi implicitamente superiori a quelli delle culture d'origine.

In sostanza lo Stato francese non accoglie le comunità, ma riconosce soltanto i cittadini in quanto soggetti da assimilare. Bisogna aggiungere che l'accesso alla cittadinanza costituisce una linea di demarcazione simbolica e politica: chi sceglie di rimanere straniero beneficia delle garanzie concesse da qualsiasi regime democratico, ma non può esercitare i diritti civili.

Il numero degli stranieri residenti in Francia è stabile da anni, intorno ai 3,6 milioni, cioè il 6,4% della popolazione.

Negli Stati Uniti d'America il termine  salad bowl, letteralmente insalatiera, definisce un modello che consente di avere molti soggetti ed etnie a contatto fra loro conservando le proprie peculiarità, proprio come accade alle verdure che compongono un' insalata. Tale termine sta sostituendo negli ultimi anni il concetto di melting pot, letteralmente crogiolo, che ha per lungo tempo designato un sistema teso a favorire la fusione di etnie e culture delle diverse comunità immigrate. Alla luce dell'esperienza storica,  tale fusione non si è di fatto realizzata, avendo le diverse comunità conservato ciascuna la propria identità.

Negli anni '80 quasi otto milioni di persone sono entrate negli Stati Uniti per risiedervi, un numero paragonabile solo all'immigrazione di inizio secolo. Un fenomeno di tale portata non ha apportato modifiche sostanziali alla separazione razziale in atto nei confronti di alcune minoranze, in particolar modo quella afroamericana. Addirittura i gruppi di nuovi immigrati arrivando negli USA entrano in un più vasto sistema di relazioni razziali e tendono ad assumere gli stessi atteggiamenti della società che li ospita e che mostra ostilità verso la comunità afroamericana.

Si può aggiungere che secondo il rapporto dell'Ufficio statistico degli Stati Uniti del 1993, più di un americano su otto parla una lingua diversa dall'inglese e tale tendenza è presumibilmente in aumento.


 

5. IMMIGRATI IN CIFRE

 

Fonte: Ministero degli Interni - Elaborazioni della Caritas Italiana

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991mila

sono gli immigrati regolari in Italia all'inizio del 1996. Di questi 725.822 provengono da paesi in via di sviluppo e dall'est europeo (73,21%), 163.003 da paesi dell'Unione Europea (16,45%) e 101.594 da altri paesi a sviluppo avanzato.

68 mila

sono i nuovi arrivi nel 1995. Dal 1991 l'aumento della popolazione stranieraè stato del 14,88%. Del 7,77% dai paesi del terzo mondo.

100 mila sono i cittadini della ex Jugoslavia

1%

La crescita dell'immigrazione è stata tra l'1% e il 3% da Marocco, Etiopia, Mauritius, Nigeria, Algeria; in diminuzione quella dalla Tunisia, Senegal, Ghana. Le prime comunità sono: Marocco con 94.237 unità, Tunisia 40.454, Egitto e Senegal circa 20.000.

570 mila

sono, in base ai permessi di soggiorno, gli stranieri che lavorano in Italia. Di questi 518.395 dipendenti, 38.341 autonomi e 11.145 con altre professioni.

10 mila

sono le persone che soggiornano in Italia per asilo politico, un numero esiguo rispetto ai circa 30 milioni di rifugiati nel mondo secondo l'Alto Commissariato Onu.

51,2%

sono gli immigrati che vivono nel Nord d'Italia. Piemonte e Liguria sono state le regioni dove si è registrato un calo nell'ultimo anno; in Emilia e Friuli Venezia Giulia, l'aumento è stato invece del 34%, mentre in Lombardia, Veneto e Val d'Aosta l'incremento è stato del 10%. Aumento record in Trentino: oltre il 29%.

-1,11%

è il calo della presenza degli immigrati al sud. Più consistente in Puglia: -13,40%

54 mila

immigrati denunciati, mentre le persone arrestate sono state 21.601; di queste gli extracomunitari sono 8.628

7mila

gli espulsi in un anno: l'aumento delle "persone indesiderate" è stato di 1278

 

 

DATI LOCALI (PROVINCIA di FROSINONE)

Fonte: Questura di Frosinone - Elaborazioni dell'ass. ERBAVOGLIO

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Presenze nel 1993                                                             4.026

Presenze nel 1994                                                             3.258            (-19% rispetto al '93)

Presenze nel 1995                                                             4.115           (+ 26,3% rispetto al 94)                                 

 

% rispetto alla popolazione residente (479.559)          0,86

 

 

Cittadini extracomunitari iscritti al collocamento                 650

 

% rispetto agli stranieri presenti                                   15,8

 

Cittadini extracomunitari avviati al lavoro                            46

 

% rispetto agli stranieri presenti                                    1,1

 

 

6. GLI STRANIERI E LE LEGGI

La Costituzione della Repubblica Italiana afferma nell'art.3: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.

E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese."

Il divieto di ogni discriminazione è altresì sancito dal d.l. 26 aprile 1993 n.122, convertito in legge 25/6/1993 n.205, che punisce ogni organizzazione, associazione o movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, prevedendo tra le pene accessorie la prestazione di un'attività non retribuita a favore della comunità.

                                                                                                                                                                              

Scheda tecnico-giuridica

I principali interventi legislativi in materia di ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari in Italia sono:

1. La legge 943/86;

2. La legge 81/88;

3. La legge 39/90.

La prima legge costituisce un provvedimento organico in tema di collocamento dei lavoratori extracomunitari in territorio italiano; garantisce agli stranieri residenti parità di trattamento e piena eguaglianza di diritti rispetto ai lavoratori italiani, in tema di accesso ai servizi sociali e sanitari, scuola, abitazione, corsi di formazione e riqualificazione professionale; disciplina la regolarizzazione degli stranieri presenti  clandestinamente in Itallia  nel gennaio 1987 e prevede la non punibilità dei datori di lavoro che occupavano irregolarmente tali lavoratori .

La seconda legge proroga i termini della regolarizzazione degli stranieri prevista dal precedente intervento legislativo e disciplina il lavoro subordinato a domicilio e a tempo parziale .

La terza legge contiene norme urgenti in materia di asilo politico, ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari e di regolarizzazione degli stranieri  e degli apolidi già presenti nel territorio dello Stato.

Questa legge prevede :

- l'estensione della possibilità di riconoscimento dello status di rifugiato  agli stranieri extraeuropei;

- la disciplina del lavoro autonomo e delle libere professioni degli stranieri in Italia;

-  la possibilità della costituzione di società cooperative con soci extracomunitari;

-  la nuova regolament

azione dei  permessi di soggiorno per motivi di lavoro, studio, turismo, culto, ricongiungimento familiare e cure mediche;

- la regolarizzazione degli stranieri clandestinamente presenti in Italia prima del 31/12/1989;

-  la non punibilità dei datori di lavoro per la mancata assunzione e il mancato versamento dei contributi previdenziali ai lavoratori stranieri;

-  il respingimento dalla frontiera degli stranieri sprovvisti dei necessari documenti .

Nessuna delle leggi suddette prende in considerazione le particolari esigenze delle popolazioni nomadi, essendo il riconoscimento dei diritti subordinato al requisito della residenza.