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| CINEMA SU IMMIGRAZIONE
- EMIGRAZIONE |
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La
paura mangia l'anima (1973) di R.Fassbinder
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CURVE E CORVÉE.
Appunti per un'analisi non solo formale del film "La paura mangia
l'anima"
Francesca Coin
"La paura mangia l'anima" è un film decisamente complesso
e provocatorio, certo da un punto di vista tecnico e simbolico, ma
primariamente da un punto di vista storico e sociale. Il suo principale
messaggio, peraltro decisamente esplicito, è la critica sostanziale
ad una struttura sociale fondata sulla mercificazione degli esseri
umani.
I due protagonisti sono subito rivelatori: lei è una donna
delle pulizie, lui è un operaio immigrato. Entrambi rappresentano
quindi una classe sociale subordinata, caratterizzata, nel primo caso,
da una ulteriore inferiorità di genere, e nel secondo da un'inferiorità
di "razza". I due protagonisti descrivono le caratteristiche
del loro ruolo e della loro collocazione sociale sin dalle prime scene,
attraverso il silenzio, l'oscurità, la povertà degli
ambienti.
La donna, in realtà la vera protagonista del film, è
Emmi. Emmi vive sola, vedova del marito polacco e dimenticata dai
figli. Non parla mai con nessuno, non riceve visite, lavora. E' una
donna vecchia e brutta. L'uomo invece è Alì, immigrato
marocchino, maschio, giovane e forte, come la grandissima parte degli
emigranti africani degli anni settanta.
La scelta di una donna di quell'età e con quelle particolari
caratteristiche estetiche risponde ad esigenze ideologiche e narrative
basilari, anche in questo caso evidenziate in modo esplicito. Emmi,
infatti, è una lavoratrice che vive sola. La bottiglia di cognac
che le ha regalato il figlio a Natale è ancora chiusa, ha pochi
e futili rapporti con le vicine di casa, paga l'affitto regolarmente
ed è una buona cliente del supermercato in cui va a fare la
spesa. Il suo ruolo sociale, pertanto, si limita al lavoro ed al consumo.
Oltre a queste funzioni, infatti, Emmi non vale niente, tant'è
che non è considerata un essere umano né dai figli,
né dalle vicine di casa, né dai conoscenti. Emmi, date
la sua età ed il suo ceto sociale, ha un ruolo sociale come
forza lavoro, come affittuaria e come cliente. Non deve più
accudire il marito, non deve più accudire i figli, non è
sessualmente appetibile, non è più in età riproduttiva.
Emmi è il personaggio attraverso il quale Fassbinder rappresenta
magistralmente il ruolo ed il valore sociale della donna, vincolato
alle sue funzioni produttive e riproduttive ed alle esigenze sessuali
maschili. La solitudine di Emmi è il mezzo attraverso il quale
Fassbinder vuole evidenziare che la società della mercificazione
lascia ben poco spazio alle donne come lei. La storia d'amore tra
Emmi ed Alì, al contrario, gli consente di evidenziare che
oltre il valore di scambio di Emmi come lavoratrice, cliente, ex madre
e moglie, esiste ancora una donna che, prima di tutto, vive i sentimenti,
le ansie, le gioie di ogni essere umano.
Anche Alì è un personaggio provocatorio. Alì,
infatti, come tutti gli immigrati, è solo forza lavoro. Alì
parla poco e spesso si esprime attraverso Emmi. Fino alla fine sembra
ambiguo. Ciò che sappiamo di Alì è che è
nero, alto e muscoloso, e che queste sue caratteristiche fisiche gli
consentono di essere utilizzato in più occasioni come operaio,
come corpo, come braccia utili in casa.
Fassbinder pone Alì ed Emmi al centro di una pellicola che
metaforicamente rappresenta un contesto sociale mercificato e mercificante.
Alì ed Emmi sono gli unici esseri umani che compaiono nel film.
Essi sono circondati, infatti, da comparse e personaggi caricaturali
attraverso i quali Fassbinder ci racconta le contraddizioni della
società contemporanea, giocando con gli spettatori attraverso
continue provocazioni.
Fassbinder ci presenta numerose donne, e non perde occasione per evidenziare
la differenza tra loro ed Emmi, inquadrando di continuo le curve dei
corpi delle bariste e della figlia, suggerendone la bellezza ed il
valore. Provocatoriamente il regista mette in scena gli approcci della
barista con i capelli neri nei confronti di Alì, ed il suo
rifiuto. Si sofferma anche sulla figlia di Emmi, che viene presentata
di schiena, attraverso un'accurata inquadratura che induce lo spettatore
a rilevarne la sensualità del corpo. A queste attente rappresentazioni
femminili fa seguire azioni provocatorie: uno stralcio della vita
di coppia tra la figlia e suo marito, tra un: "Vammi a prendere
una birra", e un: "Tra un po' ti arriva uno schiaffo".
E le continue fughe nel retrobottega della moglie del gestore del
supermercato, disgraziata assistente del marito, ennesima metafora
della subalternità sociale della donna rispetto alle esigenze
maschili lavorative, domestiche (la birra) e sessuali (i corpi).
Le bariste vengono presentate attraverso i loro corpi e parlano molto
poco. Le poche frasi che pronunciano sono emblematiche: la barista
avvisa Emmi di ricordarsi che "Il locale è mio",
le parla quasi esclusivamente per dirle quanto costa la coca, con
Alì non ha dialogo, quando lui entra a casa sua lei gli chiede
che cosa vuole, e lui le risponde "couscous". Segue uno
scambio gelido di corpi. Si può dire che Fassbinder metta esplicitamente
in scena il valore di scambio della donna attraverso i corpi di questi
personaggi che, al contrario di Emmi, non dimostrano umanità.
Ma il processo di mercificazione coinvolge anche tutti gli altri personaggi:
il figlio di Emmi quasi non le parla, ma le rompe il televisore, le
manda i soldi, le chiede di fare da baby sitter alla bambina; la vicina
restituisce ad Emmi il saluto in cambio dello spazio nella sua cantina,
il gestore del supermercato le restituisce il saluto perchè
è una "buona cliente". I rapporti mercificati dominano
anche tra le colleghe di lavoro di Emmi, che emblematicamente escludono
la nuova arrivata perché non appartiene alla loro fascia salariale.
Tutti, inoltre, prima o poi giudicano Emmi una prostituta, proiettando
in lei la loro stessa abitudine alla mercificazione.
In mezzo a tanti personaggi caricaturalmente deumanizzati, Emmi ed
Alì spiccano per il loro calore umano e per la loro emotività
istintivamente contraria alla mercificazione. Fassbinder esplicita
in più punti questa loro capacità, quando sottolinea
che Alì preferisce Emmi al bel corpo che gli muove continue
avance, quando evidenzia la foga di Emmi nel rifiutare i soldi di
Alì, quando mette in scena la reazione indignata di Alì
al tentativo delle amiche di Emmi di mercificarne il corpo ("Senti
che muscoli") dopo che le stesse avevano proiettato su di lui
la loro stessa tendenza alla mercificazione ("Quelli vogliono
solo sesso").
Lo spettatore viene coinvolto in questa contraddizione, ed apparentemente
rileva con disapprovazione l'emarginazione di Emmi ed Alì.
Lo spettatore, tuttavia, sino alla fine segue in modo incredulo e
diffidente il sorgere di un legame tra Emmi ed Alì, e sino
alla fine non sarà persuaso dalla buona fede del compagno.
La provocazione di Fassbinder è spietata, perché il
regista più volte seduce lo spettatore attraverso le inquadrature
dei corpi della figlia e delle bariste, e sottolinea la stonatura
tra l'esteriorità rugosa di Emmi e il bel portamento di Alì.
In questo modo il regista coglie in fallo lo spettatore nella sua
stessa introiezione delle dinamiche di mercificazione degli esseri
umani, e nel contempo ne provoca il disappunto quando lo stesso errore
viene compiuto dai personaggi del film. Fassbinder sembra giocare
ed ironizzare aprioristicamente sull'ipocrisia degli spettatori, svelando,
ad un tempo, la contraddizione che domina i rapporti sociali, la sua
atroce attualità e la sua facile, subdola introiezione. La
simbologia dello specchio in cui, più di una volta, si vanno
a riflettere i volti dei protagonisti sembra esprimere esattamente
questo: la rappresentazione contemporanea dentro e fuori la pellicola
di soggetto ed oggetto. Emmi è emarginata dalle persone care,
ma a sua volta emargina la collega di lavoro; così anche lo
spettatore rileva la difficile compatibilità della coppia ma
si dissocia dalla frase del commerciante che vede in Emmi solo una
cliente.
Dalla contraddizione tra valore umano e valore di scambio degli esseri
umani si genera, pertanto, tutta la pellicola, che sceglie l'immigrato
come prima, esplicita metafora di un essere umano considerato solo
per il suo valore di scambio. Affianca a questa forza lavoro Emmi,
altra forza lavoro produttivo-riproduttiva. Queste due non-persone
riescono a volersi bene come esseri umani, aldilà delle regole
del contratto matrimoniale, aldilà delle trappole della mercificazione
sociale. Emmi e Alì si riconoscono come esseri umani (Emmi
definisce disumano vivere in sei uomini in una piccola camera) e resistono,
per quanto possibile, alle regole del do ut des: Emmi, per esempio,
aiuterà il figlio e la vicina di casa senza volere nulla in
cambio. Ma Emmi e Alì resistono per quanto possono: Fassbinder
vuole dimostrare, infatti, che essi vivono in una società contraddittoria
che, voglia o no, influenza anche loro. Emmi, infatti, per due volte
sposata a un immigrato, festeggia con Alì il matrimonio nel
locale in cui pranzava sempre Hitler, scegliendo non le cose più
buone ma quelle che costano di più, anche se non sa che cosa
sono. Ed anche Alì cede ai rapporti mercificati quando va a
casa della barista per farsi fare il couscous, e nel loro freddo atto
sessuale. Ma se il regista non critica questa contraddizione, anzi
sembra comprenderla, al contrario, chi Fassbinder sembra criticare
in modo graffiante è lo spettatore, continuamente colto in
fallo e beffeggiato in quanto debole accusatore della discriminazione
di Alì (nero), ma nel contempo sino all'ultimo incredulo di
fronte alla possibilità di una storia d'amore tra Alì
ed Emmi (brutta).
Di fronte a questo tipo di lettura, il "tradimento" di Alì
e le offese all'officina nei confronti di Emmi sembrano essere un'ulteriore
provocazione del regista, che finge di dare ragione ai dubbi dello
spettatore addirittura mettendoli in scena, per poi confutarli definitivamente.
I lunghi silenzi di Alì e la sua poca espressività vengono,
infatti, di continuo giudicati dallo spettatore come sintomatici del
probabile disinteresse di Alì. Lo spettatore, in realtà,
sino all'ultimo non crede che Alì possa amare una donna vecchia
e brutta proprio come le vicine di casa ed i figli non credono che
Emmi possa amare un negro, e la chiamano "puttana". L'abilità
di Fassbinder si rivela nel suo rappresentare lo spettatore come davanti
ad uno specchio, rappresentandolo nei difetti delle stesse persone
che giudica con un ghigno, suggerendogli che neanche lui, come Emmi
e Alì, può ritenersi estraneo alla società in
cui vive e che, pertanto, la sua prima necessità è quella
di andare a fondo delle contraddizioni che egli stesso interiorizza.
La proiezione degli spettatori-società nei personaggi che,
nel film, rappresentano la società, ed il parallelismo dei
loro difetti, rivelano, inoltre, l'attualità del film, che
rimbalza di continuo dalla pellicola alla sala, precisamente in un
gioco di specchi.
Fassbinder chiude la pellicola con un'ultima, triste provocazione.
Alì, infatti, viene ricoverato all'ospedale. Il suo stile di
vita, dice il medico, è una grossa fonte di stress, e difficilmente
"quelli come lui" riescono a guarire. Infatti, anticipa,
"tra sei mesi sarà di nuovo qui". Un monito, quello
di Fassbinder, ed una accusa ad ampissimo raggio, che coinvolge tutti
i campi della società contemporanea, nella quale anche il malato
cessa di essere un soggetto unico per essere solo un corpo uguale
a tutti "quelli come lui", che potrà vivere o, indifferentemente,
ammalarsi e morire, senza suscitare emozioni, commozione o tristezza.
Giustamente, infatti, i corpi sono tutti uguali, e sotto i corpi non
c'è niente per cui valga la pena commuoversi. Un monito, quindi,
ed un avvertimento da parte di Fassbinder, che proietta lo spettatore
all'interno della pellicola, avvisandolo che la società della
mercificazione coinvolge tutti, deturpa anche ciò che le resiste,
e spesso non consente il lieto fine.
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| Pièces
d'identitè Mweze D. Ngangura,
Rep. Dem. Congo, 1998, 97'. Versione originale sottotitolata in italiano.
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Pièces d'identités, Carte d'identità, [
]
è di una simpatia unica: desta il riso senza sommergere l'idea
che lo ha ispirato, la necessità di un africano di sapere
chi è, da dove viene, quale è la sua cultura, e come
questa può sopravvivere di fronte alle proposte non sempre
accessibili della vita occidentale. E' un tema "caldo"
quando si affronta a scuola o altrove la riflessione sulla storia,
sulla propria identità e sulle radici culturali proprie di
ognuno.
Nel film, il tema dell'identità è affrontato in maniera
tale che la riflessione e la circostanza drammatica, che costituisce
la trama, ci muove contemporaneamente al sorriso, al riso e nel
medesimo tempo a considerare con qualche tremore i pericoli di un'emigrazione
verso terre e culture abissalmente distanti dalla propria.
E' una giovane principessa che affronta, per motivi di studio, il
viaggio verso un'università belga. Ma un giorno si interrompono
i rapporti epistolari con i familiari e così il padre, che
è re, un re di quelli delle nostre fantasie e delle leggende
popolate da imperatori, re, stregoni, foreste vergini ed altri elementi
esotici, arriva, avvolto nel suo tradizionale e anacronistico abbigliamento
regale e accompagnato dai dignitari di corte, in Belgio a cercarla.
Equivoci a non finire, naturalmente, incontri illuminanti, scoperte
incredibili ai suoi occhi e alla sua sensibilità, scandali,
imbrogli, cattive furbizie di malavitosi contro i dignitosi atteggiamenti
del vecchio re, letti solo come comportamenti ingenui e, per fortuna,
il lieto fine come si addice alla commedia, qualunque sia la sua
provenienza. (Michele Serra)
Temi possibili di discussione e approfondimento:
- L'identità: cos'è, come la esprimiamo? Cosa accade
quando ciò che consideriamo caratterizzare la nostra identità
diventa un elemento di discriminazione?
- Ciò che è "civile" e ciò che non
lo è, cambia a seconda del sistema di valori in cui ci si
trova. Il vecchio re suscita ilarità in un mondo che non
conosce la sua cultura. Cosa sarebbe successo se fosse stato un
uomo d'affari belga a recarsi in Congo per cercare la figlia? L'effetto
sarebbe stato lo stesso o sarebbe stato diverso? Cosa avrebbe incontrato
secondo te? Le cose sarebbero cambiate se la ragazza si trovasse
in un villaggio o nella capitale?
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| Lamerica
Gianni Amelio, Italia 1994, 127'. Versione originale
in italiano. |
Gino e Fiore sono italiani. Ma vogliono fare i soldi in Albania.
Siamo nel 1991 e loro avrebbero trovato il modo per raggranellare
un po' di denaro illecito, costruendo un'industria di calzature
fantasma. Ma se Fiore è un imbroglione abituato a vivere
di espedienti, Gino è un credulone presuntuoso. E finisce
ben presto in mezzo ai guai. Prima viene piantato dal socio. Poi
si scontra con la realtà di un Paese che odia. Un popolo,
gli albanesi, che lui disprezza. Così lontani dall'Italia
nei pensieri, nelle azioni, nel modo di vivere...Eppure eternamente
attaccati alla nostra tv nazionale. Gino si trova tra loro, senza
saper comportarsi. Senza sapere dove sbattere la testa. Ma sulla
sua strada di imbroglione fallito sulla via del ritorno, finisce
per apprezzare la stessa gente che detestava a priori. Tra i quali
uno strano vecchio particolare, di nome Michele. Conosciuto anche
col nome di Spiro. Un compatriota che ha perso il senno, dopo dodici
anni di dura prigionia albanese. Tra la sua povera follia e la sua
strana saggezza, comincia la loro conoscenza. Osteggiata, senza
troppa convinzione, dalla prosopopea di Gino: che non ammetta la
sua sconfitta umana. E quando la coppia raggiunge Tirana, il pover'uomo
e il giovane italiano s'imbarcano sulla nave che li riporterà
in Italia. Ma la vita di Michele si fermerà prima. Col sorriso
sulle labbra, convinto com'è di essere partito per Lamerica...
Il regista offre una visione dell'Albania post - comunista, nei
suoi atroci conflitti. Crudele e travagliata nelle sue differenziazioni
etniche, ma allo stesso tempo così morbosamente attaccata
all'Italia, che rappresenta una sorta di Eldorado al di là
del mare. La critica elogia il lavoro di Amelio, senza però
premiarlo a dovere: conquista un'Osella d'oro alla regìa,
al Festival del cinema di Venezia. Ma vince anche nel 1995 il Premio
della Critica al Sao Paulo International Film Festival, l'anno dopo
si aggiudica sia il Goya Award, come Miglior Film Europeo che il
Bodil Film Festival, come Miglior Film non Americano. Nel 1997,
infine, ottiene una nomination all'Indipendent Spirit Award.
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| Pummarò
di Michele Placido, per la RAI, versione originale
in lingua italiana. |
"Non si è mai liberi se si è lontani da casa".
Una storia c he inizia come tante altre : un giovane ghanese emigra
in Italia, sognando di poter raccogliere abbastanza denaro per pagare
gli studi del fratello, Kwaku. Dopo un certo tempo, è Kwaku
stesso ad imbarcarsi per raggiungerlo. Il giovane arriva dapprima
nei pressi di Napoli,nei campi di lavoro stagionali dove il fratello,
affettuosamente chiamato da tutti Pummarò (come sono chiamati
gli stagionali che lavorano nella raccolta dei pomodori) ha lasciato
le ultime tracce. Ma non lo trova, perchè è sparito
nel nulla per sfuggire alla polizia e alla camorra dopo aver minacciato
un "caporale" con la pistola e rubato un camion, e ha
lasciato una ragazza in attesa di un figlio. Da lei Kwaku scopre
che dopo aver lasciato Napoli il fratello si era trasferito a Verona,
e decide di raggiungerlo.
Lì, ospite di alcuni connazionali, il giovane trova lavoro
in una fabbrica, entra in contatto con un associazione di appoggio
agli immigrati e si innamora di Eleonora. La situazione, dopo un
momento di iniziale serenità, si complica, per il rifiuto
che Kwaku sente intorno a sé a causa del colore della sua
pelle. Anche l' ex marito di Eleonora si rifiuta di farle incontrare
la figlia per la sua relazione con un "nero". Dopo un'aggressione
da parte di un gruppo di teppisti, lascia Verona per raggiungere
Pummarò, che nel frattempo gli ha scritto una cartolina dalla
Germania. Ma arriverà troppo tardi, o meglio, giusto in tempo
per il riconoscimento legale del cadavere del fratello.
N.B: Pummarò è più che altro un film-dossier:
non è un film di grandi qualità cinematografiche,
presenta alcune ingenuità e alcuni stereotipi piuttosto grossolani
nella rappresentazione delle diverse "tipologie" di personaggi
che a tratti possono deviare dalla realtà dei fatti, ma è
interessante per poter produrre un confronto con altri film girati
sull'argomento, e per capire come esistano diversi modi di leggere
e rappresentare una realtà.
Target consigliato: a partire dalla scuola media
Temi possibili di discussione e approfondimento:
· Il film ritrae la situazione degli immigrati in Italia
tra la fine degli anni 80 e l'inizio degli anni 90: cosa c'è
di diverso nella situazione attuale?
· Il film cade talvolta nello stereotipo, soprattutto per
quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi. Quali sono
secondo te, anche alla luce della tua personale esperienza?
- le difficoltà dell'immigrato: il permesso di soggiorno,
la casa, il lavoro
|
| L'odio
di Mathieu Kassovitz Francia 1995. Versione
doppiata in lingua italiana. Premio Migliore Regia Cannes '95. |
Lo scorrere di una giornata nella desolata periferia parigina insieme
a tre ragazzi, un maghrebino, un nero e un ebreo. Famiglie disgregate,
fallimenti scolastici, mancanza di prospettive di lavoro, inesistenza
di una rete sociale e istituzionale, se non quella della piccola
criminalità e della polizia, provocano noia, rifiuto, aggressività,
violenza, odio. Anche l'amicizia è senza speranza. Come quello
che sta cadendo da un grattacielo e dice "Fino a qui tutto
bene". Ma il problema è l'atterraggio.
Temi possibili di discussione e approfondimento:
· la seconda generazioni di immigrati tra desiderio e rifiuto
di integrazione
· la concentrazione degli immigrati nelle periferie urbane,
luogo di emarginazione sociale e di violenza
Target consigliato: solo gli ultimi anni delle superiori.
|
| Clando
di Jean-Marie Téno, Camerun 1996, 94',
versione originale francese con sottotitoli in italiano |
Perseguitato dalla
polizia del suo paese, Sobgui decide di emigrare in Germania per darsi
al business dell'esportazione di autovetture. A Colonia si innamora
di Irene che lavora con un gruppo di assistenza ai rifugiati politici.
I ricordi, il passato drammatico della prigione e della tortura lo
assillano continuamente. Anche in Europa Sobgui non trova pace e comincia
a
pensare di ritornare al suo paese.
Il film illustra bene la figura del rifugiato politico, tra la situazione
traumatica vissuta nel proprio paese e le speranze di poter cambiare
le cose, non soltanto per se' ma anche per la propria comunita'. La
solidarietà di chi accoglie, il divario tra i due mondi, l'
impossibile di capire fino in fondo la situazione di chi e' fuggito
dal proprio mondo e sogna comunque di tornarci, ma anche, contrariamente
a cio' che può sembrare, la possibilita' di volgere questa
situazione in qualcosa di piu' di un nostalgico volgersi indietro:
il ritorno non porta con se' illusioni, ma disincantata speranza,
forse la speranza piu' autentica e costruttiva, ritrovata attraverso
il confronto con un mondo "altro".
Temi possibili di discussione e approfondimento:
-La situazione dei rifugiati in Europa
-Immigrati e rifugiati
- Il ritorno al paese d'origine
Target consigliato: scuole superiori |
| Mississippi
Masala di Mira Nair, USA 1990, 109',
versione doppiata in italiano. Con D. Washington . Premio UNICEF alla
Mostra del Cinema di Venezia 1991. |
Non è facile per una ragazza indiana, nata in Uganda e immigrata
negli Usa, e un afroamericano portare avanti la loro storia d'amore:
le rispettive comunità cercano in tutti i modi di impedirlo
per i pregiudizi e le diffidenze reciproche. Isolamento e divisione
contro il mito del melting pot. L'amore tra le persone però
può contribuire a vincere le resistenze.
E a far capire qualcosa in piu' anche agli adulti
Due i fili conduttori in questo film di Mira Nair: da un lato idea
del ritorno, mitizzato e idealizzato da un indiano espulso dall'Uganda
e immigrato negli stati uniti, che rifiuta il mondo in cui si e'
trovato a vivere in nome di una casa e di una patria lontane. Dall'altra
la voglia di integrazione, di superamento delle barriere culturali
- che si rivelano piu' imposte che reali - vissuta dalla figlia
, Mina, che anziche'indiana ugandese si autodefinisce un "mix
masala", cioe' una mistura in uso nella cucina indiana, che
mescola un gran numero di spezie diverse. Sarà alla fine
la scelta di Mina a rivelarsi la più saggia, e il padre lo
capirà a modo proprio, dando alla fine la giusta dimensione
alla realtà e ai ricordi.
Possibili spunti di discussione e approfondimento:
· la difficoltà di comunicazione tra culture
· la stratificazione sociale dei gruppi etnici negli USA:
pregiudizi incrociati, conflitti, mancanza di solidarietà
· la relazione affettiva tra i giovani come possibile forma
di superamento dei conflitti e di integrazione della comunità
(Marina Medi)
· il rapporto del padre di Mina con l'Uganda ci riconduce
alla delicata questione dell'identità dell'immigrato. Quale
è il "suo" paese? Quale cultura riconosce come
propria?
· Le coppie miste: una realtà sempre più presente
nella società contemporanea.
-Target consigliato: a partire dalla terza media.
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| Le cri du
coeur di Idrissa Ouedraogo, Francia/Burkina
Faso 1994 86' colore,versione originale francese sottotitolata in
italiano |
Parte dall'Africa il grido del cuore del piccolo Moctar, uno dei
molti ragazzi africani che lasciano il loro paese e seguono i genitori
immigrati in Francia. Mentre i genitori si adattano preso alla nuova
vita, felici di poter essere di nuovo insieme dopo anni di separazione,
per Moctar è difficile adattarsi ad un mondo così
diverso da quello che gli era familiare, ed egli incomincia ad essere
perseguitato dalla visione di una iena, che gli appare nelle situazioni
più improbabili. Genitori, insegnanti, amici, compagni di
classe
nessuno sembra comprendere il profondo disagio del piccolo,
e nessuno sembra quindi in grado di aiutarlo. L'unico a riuscirci
è un amico inaspettato, Paulo, un simpatico sessantenne parigino,
anch'egli "fuori dagli schemi", anch'egli un po' un "diverso",
che aiuterà Moctar a riconoscere le proprie paure, a superarle
e
che alla fine riceverà dal suo piccolo amico un aiuto importante,
altrettanto inatteso come lo sono forse i doni più importanti.
Target consigliato: dalla terza media in su
Temi possibili di discussione e approfondimento:
- I bambini immigrati e le difficoltà di integrazione
- Superare completamente cio' che ci fa paura talvolta non significa
rimuoverlo, ma far pace con esso. In che senso? Uno spunto ci può
essere dato da un altro film africano, in cartoni animati:Kiriku'
e la strega Karabà, di M. Ocelot.
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| L'articolo
2 di Maurizio Zaccaro, Italia 1993, 106',
versione originale in lingua italiana |
Said, algerino, è da vari anni a Milano dove lavora e vive,
con la moglie Malika e tre figli, in modo decoroso, anche se non
privo di problemi. Ha lasciato però in patria una seconda
moglie, Fatma, con altri tre bambini per prendersi cura dei vecchi
genitori. Quando il suocero muore, Fatma decide di raggiungere il
marito, ma la legge italiana, che pure riconosce il diritto al ricongiungimento
del coniuge, non prevede modelli familiari diversi dal proprio.
Ottusità delle istituzioni che contraddicono l'articolo 2
della Costituzione sui diritti inviolabili dell'uomo.
Target consigliato: scuole superiori
Temi possibili di discussione e approfondimento:
Nonostante qualche stereotipo nella presentazione della cultura
algerina, il film è interessante per i temi:
· difficoltà di integrazione legale
· accettazioni e rifiuti da parte degli italiani
· stereotipi italiani sul mondo arabo-musulmano
incidenti di lavoro agli stranieri (Marina Medi)
"La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili
dell'uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge
la sua personalità e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili
di solidarietà politica economica e sociale" così
recita l'articolo 2 della Costituzione Italiana.
Così si intitola anche il film di Zaccaro che narra la storia
di una famiglia algerina immigrata in Italia.
La violazione dei diritti umani, a cui il titolo sembra rimandare,
non esaurisce completamente la sostanza del film. Anzi sembra un
pretesto per ribadire un evento antropologicamente devastante che
è l'immigrazione di popolazioni impoverite e "traumatizzate"
dalla rappresentazione del progresso.
La sofferenza di un domani avvolto dalla nebbia della rincorsa di
un minimo di sostentamento in una società diversa e sicuramente
poco accogliente, traspare in tutti i protagonisti immigrati del
film. Anche e soprattutto attraverso i movimenti, gli sguardi, le
riflessioni dei bambini passa una immagine, oltre che di tenerezza,
di generale difficoltà a essere felici nella "terra
promessa".
La poesia che il film trasmette va oltre il racconto della storia
e sottolinea nel montaggio, nella recitazione, nella fotografia,
il suo intento di critica a un modello di società, quella
occidentale, molto poco disponibile a essere una cultura tra le
altre culture, anzi. Un film che non disdegna di essere un tentativo
di documentazione antropologica della realtà dei nostri tempi
attraverso lo sforzo di far ridiventare le immagini cinematografiche,
nella loro composizione, quello che sono: immagini parziali per
un messaggio ideologico.
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| La Promesse
di Jean Pierre e Luc Dardenne, Belgio Francia Tunisia Lussemburgo
1996, 90', versione doppiata in italiano. |
Un padre, Roger, che dà lavoro
a cittadini immigrati, li sfrutta e quando un incidente ferisce
gravemente uno di loro anziché aiutarlo lo lascia morire.
Un figlio, Igor, che promette ad Hamidou, immigrato morente, di
prendersi cura di sua moglie e del suo bambino, e che manterrà
la promessa tagliando prima con titubanza poi definitivamente i
fili che lo legano al padre e ad un mondo di adulti corrotto e senza
valori. Perché "promettere vuol dire scegliere".
Un film assai realistico, duro e di grande valore artistico. Un
film che ferisce, che per spiegare la durezza della realtà
sceglie un linguaggio crudo e sofferto. L'immigrazione in Belgio,
lo sfruttamento dei lavoratori stranieri, ma soprattutto la miseria
morale degli sfruttatori. La situazione dell'immigrato, indifeso
e assolutamente alla mercé dei suoi sfruttatori, fa emergere
e risaltare il marcio della società del benessere, e capovolge
i ruoli: da che parte sta la miseria, da che parte sta la civiltà?
Igor attraversa tutto il film per capirlo, e alla fine sceglie da
che parte stare.
Target consigliato: ultimi anni delle superiori
Temi possibili di discussione e approfondimento:
· sfruttamento dei lavoratori immigrati
· sfruttamento della prostituzione e "tratta" di
donne straniere
· incidenti di lavoro agli stranieri
osservare le tappe del percorso attraverso il quale Igor compie
la sua Scelta affermando la propria identità e liberandosi
dall'influenza deviante del padre.
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Bread and roses di
K.Loach. 1h 52'
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"Non è
più lui, ti dico" - il metalmeccanico lo biascicò
con un misto di rassegnazione e amarezza, mentre apriva la sua gavetta.
- "Dai, non essere estremista... le storie che racconta sono
sempre importanti", rispose il suo collega.
Erano seduti su una panchina dentro la Breda. Sesto San Giovanni,
l'ex-Stalingrado d'Italia, dava il meglio di sé con una nebbia
da prendere a cucchiaiate e un grigiore da smarrircisi.
- "E' come Luther Blisset, Hatley, Wilkins, Ian Rush... te li
ricordi, no?" - riprese il primo. "In Inghilterra campioni...
poi venivano qua e non ne mettevano dentro uno neanche a piangere!
Te lo dico io. Appena si mette a giocare fuori casa diventa un brocco!"
- "Mah, secondo me esageri. Loach è sempre un grande...
magari meno che in Piovono Pietre o Riff Raff, ma è l'unico
vero regista militante che ci resti..."
L'altro operaio prese un'aria leggermente offesa, come se l'argomento
lo toccasse in un modo tremendamente personale:
- "Ma che militante e militante! Una volta prendeva la gente
vera, le facce giuste! Adesso, se ne va in America e mette insieme
un cast che potrebbe essere quasi quello di una telenovela..."Se
questo dialogo non vi è sembrato molto credibile, se non credete
che due operai di Sesto San Giovanni possano discutere in pausa pranzo
di Ken Loach, probabilmente non crederete neppure a una certa parte
di Bread And Roses, il suo ultimo film.
Il fatto strano, però, è che a guardarlo sotto il profilo
della sceneggiatura e della regia, Bread And Roses non è poi
radicalmente diverso dai grandi film che Loach ha realizzato in Inghilterra.
Non è, cioè, un problema di struttura della storia (sceneggiata
con piglio professionale), né di spessore di ciò che
si racconta (beh, una rivolta di pulitori in una metropoli americana
d'oggi non è proprio come la guerra di Spagna, ma comunque
non è male), né, alla fine, è un problema di
regia. Loach continua ad usare la cinepresa alla sua maniera, riprendendo
i suoi attori da lontano, rifuggendo le focali corte, nascondendosi
per scovare la vita vera, o l'imitazione che le si avvicini di più.
Ma ciò che manca, come dice uno dei nostri metalmeccanici,
sono il grigiore degli ambienti e le facce dei proletari d'oltremanica.
Per carità, Adrien Brody (il punk di Summer Of Sam di Spike
Lee, per intenderci) è bravo e ha un gran bella faccia, ma
quelle dei protagonisti di Ladybird Ladybird o Piovono Pietre erano
tutta un'altra cosa.
E' una notazione banale, è un modo anche antipatico di trattare
un film giusto e nobile come Bread And Roses. Ma il fatto è
che Kenneth Loach (che resta un grande, beninteso), ci ha trattati
troppo bene. E che quindi possiamo anche permetterci di fare i raffinati
e di storcere il naso dicendo che i suoi film inglesi erano migliori,
e lo erano davvero. Ma Bread And Roses è comunque meglio, per
la forza delle cose che racconta, di buona parte del cinema che ha
intorno. |
| Vesna va
veloce di Carlo mazzacurti |
|
| East
is east di Damien O'Donnell. |
Poche migrazione come quella indo-pakistana verso l'Inghilterra
hanno prodotto risultati davvero meticci, di reale contaminazione
culturale. Giunti con logore valigie di cartone, trattati come paria
dai compassati londinesi, i pakistani hanno conquistato posizioni
di prestigio, soprattutto nell'ambito economico. Il problema della
loro difficile integrazione è sempre stato quello di far
convivere il curry con il tè, il peso della tradizione e
della religione musulmana con la fiera delle vanità che il
moderno Occidente lascia sfilare di fronte agli occhi dei meravigliati
orientali. Questo decisivo e spesso insormontabile scalino è
il centro della letteratura e del cinema che i pakistani si sono
conquistati. Dei romanzi di Hanif Kureishi, e dei tanti film che
da queste opere, o dal loro alone narrativo, sono stati tratti.
East Is East non fa eccezione alla regola, pur facendo capo ad un
regista che orientale non è. L'integrazione è sempre
il motore, l'incidente scatenante, l'indispensabile contorno del
racconto. Più di altre pellicole, tuttavia, East Is East
spinge l'acceleratore del registro comico, sfruttando la babele
di inconvenienti, ed incomprensioni, che l'alterazione dei livelli
comunicativi genera. L'effetto è singolare, soprattutto nei
momenti in cui il sorriso svanisce, ed il conflitto generazionale
si colora di tinte drammatiche.
È l'ambientazione, in primo luogo, a suggerire buffi collegamenti.
Siamo in piena era velvet goldmine, l'inizio degli anni Settanta,
tra gli inevitabili camicioni, le lunghe chiome, il rock che spunta
rumoroso da ogni angolo. Non mancano le tentazioni ai figli del
rigido George, al quale il matrimonio con una donna inglese non
ha fatto venir meno l'intenzione di educare la prole secondo i rigidi
dettami degli antenati. E di scegliere le consorti secondo gli stessi
precetti. La sarabanda di piccoli e grandi incidenti, di gaffes
terrificanti e di violenti alterchi parte di qui. O'Donnell è
sicuramente agile nel gestire il meccanismo del racconto, capitalizzando
al meglio l'estro degli attori (indispensabile Om Puri in qualsiasi
film pakistano) e orchestrando alcune salite di tono, piccoli momenti
di riflessione sull'eterna conflittualità tra i figli ed
i loro genitori.
Pur ben suonato, lo spartito ha qualcosa di risaputo, nella melodia
e nei singoli passaggi. Qualcosa che appartiene a Frears, come umore
e spigolosità dei personaggi, e ad altri film più
o meno di argomento pakistano, Mio Figlio Il Fanatico su tutti.
Ovvero, East Is East è divertente, ma non travolge. Visione
piacevole, se non si ha la pretesa (assolutamente non necessaria,
per la verità) di osservare qualcosa di nuovo.
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| Oikos semi di zucca
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Il
passo sospeso della cicogna Francia - Grecia
- Svizzera - Italia 1991
REGIA: Theodoros (Théo) Anghelopulos
ATTORI: Marcello Mastroianni; Jeanne Moreau; Gregory Karr; Dora Chrysikou
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Durante un servizio
sui profughi di varia nazionalità (curdi, iraniani, albanesi)
che si affollano in una cittadina macedone, un giornalista TV crede
di vedere in uno di loro un importante uomo politico, scomparso anni
prima senza lasciare tracce. Chiamata da Atene, la moglie non lo riconosce.
L'uomo scompare nel nulla. Scritta con Tonino Guerra e Petros Markaris
e situata sulla frontiera in un algido dicembre (del 1999?), è
una storia intesa come archetipo dei limiti che impediscono la vera
comunicazione tra gli uomini. È un altro film di alta classe
stilistica e di liturgica lentezza sul quale pesa un'ombra costante
di estetizzante frigidità. Un film sospeso, in tutti i sensi.
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| Un'anima
divisa in due di S.Soldini (Ita - 1993) |
Un sorvegliante di un grande
magazzino a Milano (separato e con un figlio) s'innamora di una zingara
sorpresa a rubare. Fugge con lei ad Ancona e cerca di rifarsi una
vita, ma la convivenza fra le due culture non è facile.
Soldini inizia a proporre in questo film la sua personale poetica:
la solitudine metropolitana, la voglia di evadere dalla solita vita,
l'apertura mentale verso etnie e culture diverse, il viaggio visto
sì come fuga ma soprattutto come nuovo inizio. Più o
meno gli stessi saranno anche i temi dei successivi "Le acrobate"
o di "Pane e tulipani". Nei film di Soldini all'inizio scorre
la normalità apparente: la routine di tutti i giorni, con qualche
momento di gioia (il protagonista che gioca con suo figlio in una
macchina scassata, fingendo di essere in un'avventura al mare) e più
spesso lo squallore di situazioni note (la sera da soli con la cena
davanti alla televisione). Poi però succede che il personaggio
si trova di fronte a situazioni che la maggioranza della gente risolve
tirando diritto per la sua strada (e in questo caso il film sarebbe
già finito), mentre lui prende una deviazione imprevista dalla
via maestra e questo lo porta in nuovi territori, sconosciuti ma appunto
per questo affascinanti: ed è questo che fa "accadere"
il cinema. Soldini ha avuto molto coraggio nel proporre questa storia
d'amore fra un personaggio "normale" (l'ottimo Fabrizio
Bentivoglio, uno dei migliori attori, se non il migliore, degli ultimi
anni) e una rom. Gli zingari rappresentano una cultura totalmente
diversa dalla nostra, col loro rifiuto del lavoro e la vita nomade
che conducono: non c'era un modo migliore, probabilmente, per far
diventare questa storia quasi un simbolo di tutte le intolleranze
e gli inevitabili conflitti fra modi di vivere diversi che le recenti
ondate di immigrazione dal terzo mondo hanno portato in Italia. La
cosa notevole di questo film è che Soldini non ha bisogno di
mettere in scena chissà quali soprusi per incrementarne il
contenuto drammatico: gli basta mantenersi su un tono strettamente
realistico e mostrare sia la mentalità dei rom (non dicono
"ho rubato" ma "ho trovato") sia quella italiana
che, anche di fronte ad una persona che sta lottando disperatamente
contro se stessa per integrarsi nella nostra società, ritiene
che una rom sia in ogni caso una ladra (il direttore dell'azienda
di pulizie in cui lavora Pabe, zingara e moglie del protagonista,
la caccia non appena si sparge la voce che sia una rom, nonostante
si fosse dimostrata una lavoratrice modello). La sceneggiatura centra
il bersaglio: il dramma scaturisce dal confronto fra l'amore che il
protagonista mostra a Pabe (e che lei ricambia, anche sforzandosi
di vivere in modo diverso da com'era stata abituata) e la diffidenza
(se non l'odio) che gli italiani nutrono per i rom. Oltretutto bisogna
dire che, pur essendo un film drammatico, l'uso della bella colonna
sonora (musica etnica con venature "mediterranee") e qualche
momento ironico ben riuscito stemperano a tratti la tensione del film,
che per il resto non offre momenti di pausa (nonostante le sue due
ore di durata) e nessuna facile via d'uscita, come mostra bene l'enigmatico
finale. Soldini dirige in maniera ottima: da vedere assolutamente
l'inizio, con l'intrecciarsi di diversi piani di racconto durante
un viaggio in metropolitana, ma anche i frequenti e brevi carrelli
ad inserire in una scena nuovi personaggi ed elementi, il tutto supportato
da una bella fotografia e da un montaggio perfetto. Buona anche la
recitazione di Marié Bakò nella parte di Pabe. (F.T.B.) |
| Rocco
e i suoi fratelli (1960) di L. Visconti
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Trama del film:
La vedova Rosaria Parondi (Katina Paxinou), lascia con i suoi quattro
figli, il paese in cui era nata nella Lucania, per trasferirsi a Milano.
Qui vive già il figlio maggiore Vincenzo (Spiros Focas).
Questi costretto dalla madre ad occuparsi della famiglia, pregiudica
il suo futuro matrimonio.La famiglia trova una sistemazione in un
seminterrato in periferia, conoscono Nadia (Annie Girardot), una ragazza
di strada, che prospetta loro la possibilità di arricchirsi
con la boxe. Simone (Renato Salvatori) si dedica con passione alla
nuova professione ma dopo un incoraggiante inizio, finisce per entrare
negli ambienti della piccola malavita. |
| Il cammino
della speranza di P.Germi (Ita, 1960)
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L'odissea di un gruppo di siciliani
che, dopo la chiusura della zolfatara, partono verso il nord finché,
dopo varie peripezie, passano clandestinamente il confine con la Francia.
Poteva essere, ma non è, il Paisà della disoccupazione
postbellica perché è un compendio di temi melodrammatici
più che neorealistici. Troppo colore e folklore e ridondanza,
ma anche vigore, dolente visione del penare umano, sincerità
nella rappresentazione di una povertà rabbiosa con qualche
bella pagina. Scritto dal regista con Fellini e Tullio Pinelli e tratto
dal romanzo Cuori negli abissi di Nino Di Maria. Orso d'argento a
Berlino |
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